Diversamente onesti (di Marco Travaglio)

23 Febbraio 2012 Commenti chiusi

giovedì 23 febbraio 2012
Dice Emma Marcegaglia che il sindacato, difendendo l’articolo 18, “protegge gli assenteisti, i ladri, i fannulloni”. Quando poi la sua frase scatena polemiche, la presidente di Confindustria precisa che “a volte l’articolo 18 diventa un alibi dietro cui si possono nascondere dipendenti infedeli, assenteisti cronici e fannulloni”. E così, per due volte, la
signora ha perso un’ottima occasione per tacere. Perché l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non obbliga affatto le aziende oltre i 15 dipendenti a tenerseli anche se infedeli, assenteisti, fannulloni e ladri. Semplicemente consente a chi viene licenziato senza giusta causa o giustificato motivo di chiedere al giudice il reintegro in azienda. Dopodiché il giudice stabilisce se il licenziamento era motivato o pretestuoso: nel primo caso reintegra, nel secondo no. Ora l’infedeltà,
la fannulloneria e il furto sono motivi più che giustificati per licenziare: bisogna però, come per tutte le accuse, dimostrarli. A questo punto occorre esaminare il pulpito da cui viene la predica. Davvero la signora Marcegaglia ha le carte in regola per accusare i sindacati di proteggere i ladri? Dipende da che cosa intende per “ladri”. Se ladro è chi si appropria indebitamente di denaro altrui, nella categoria rientrano gli imprenditori che pagano tangenti e le accollano alla collettività gonfiando i costi dei lavori; e per giunta vincono appalti truccati, togliendo lavoro alle imprese più meritevoli ma non avvezze alla mazzetta; e, per farlo, accumulano fondi neri sottraendoli al Fisco, cioè costringendo altri a pagare le tasse al posto loro. Che ha fatto in vent’anni Confindustria per combattere la corruzione? Una beneamata mazza. Anzi ha fatto molto per favorirla. Quando B. depenalizzò il falso in bilancio mentre Bush ne alzava le pene a 25 anni di galera, non si ricordano vibranti denunce del sindacato degl’imprenditori, che anzi era favorevole (memorabile l’entusiasmo di Tronchetti Provera). Né appelli confindustriali al Parlamento perché ratifichi la Convenzione anti-corruzione di Strasburgo del 1999, che contiene nuovi reati come l’autoriciclaggio e la corruzione tra privati. Eppure la corruzione tra privati è tipica dei ladri che derubano le aziende e tanto angustiano la sora Emma: si tratta infatti del reato (punito in tutto il mondo fuorché in Italia) commesso dai manager che affidano le commesse non ai fornitori più capaci e convenienti, ma a quelli che li riempiono di regali e di mazzette. Così le imprese spendono di più, si impoveriscono, sono costrette a licenziare e spesso a fallire. Articolo 18 o meno. Capita spesso che, in una fabbrica, l’operaio sorpreso a rubare un pistone o un cacciavite venga licenziato in quanto ladro: molto più rari i casi di capiufficio acquisti licenziati perché prendono mazzette dai fornitori. Poi ci sono i manager che le tangenti le pagano per vincere indebitamente appalti. E, in materia, la signora Marcegaglia dovrebbe essere piuttosto esperta, per motivi famigliari e istituzionali. Famigliari perché il fratello Antonio e il suo gruppo hanno patteggiato la pena (rispettivamente 11 mesi e 6 milioni di risarcimento) a Milano per corruzione nel caso Enipower: cioè per una maxi-tangente di 1 milione in cambio di un appalto di caldaie da 127 milioni. In più i magistrati stanno indagando su una rete di conti svizzeri che sarebbero stati alimentati per un decennio da fondi neri dei Marcegaglia per “operazioni riservate”. Motivi istituzionali perché la prima fila delle assemblee di Confindustria pare l’ora d’aria di San Vittore, tanti sono gli imprenditori inquisiti e pregiudicati che la sora Emma non s’è mai sognata di espellere in quanto “ladri”. Fra questi si segnalano i vertici del gruppo B., condannati in Appello a risarcire 560 milioni per aver fregato la Mondadori corrompendo un giudice. Se nemmeno questi gentiluomini sono considerati ladri, resta da capire chi sono, i ladri. Ma forse la sora Emma si ispira a Trilussa: “La serva è ladra, la padrona è cleptomane”.

Marco Travaglio – 23 febbraio 2012 -
Il Fatto Quotidiano

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Dimission impossible di Marco Travaglio

19 Febbraio 2012 Commenti chiusi

Vorrei citare ancora una volta le parole di Angela Merkel, cancelliere dello Stato più importante d’Europa, sulle dimissioni del suo amico Christian
Wulff, presidente della Repubblica più importante d’Europa, per un mutuo a tasso agevolato: “Rispetto la sua convinzione di essersi sempre comportato bene, ma non poteva più servire il popolo.
È una forza del nostro Stato di diritto trattare tutti allo stesso modo, ndipendentemente dalla posizione”.
Ora, i casi sono due: o tutta Europa s’è messa d’accordo per sputtanare l’Italia facendo dimettere ministri e papaveri per quisquilie (il tedesco Guttenberg
per una tesi di dottorato parzialmente copiata da Internet, l’inglese Huhne per una multa all’autovelo x caricata sulla patente della moglie, il banchiere centrale
svizzero Hildebrand per un investimento della moglie in odor di insider); o dobbiamo prendere umilmente lezioni dall’Europa. Ma, siccome non c’è
peggior sordo di chi non vuol sentire, c’è chi, fra i commentatori che ammorbano l’Italia, si inventa una terza ipotesi: tutto il mondo è paese, malcostume
mezzo gaudio. Il Pompiere della Sera, con la schizofrenia che lo contraddistingue, pubblica due commenti sul caso Wulff. Uno, splendido, di Ferrarella
che confronta quel che accade quando un potente è coinvolto in uno scandalo in tutto il mondo libero (dimissioni) e nel nostro mondo a parte (impunità parlamentare).
E uno, pessimo, dell’ambasciatore Romano, che fa addirittura la morale ai tedeschi, invitandoli ad abbassare la cresta e a farsi “un bagno di umiltà”,
anziché “dare lezioni di moralità” agli altri. È la stessa tesi di Belpietro, secondo cui i tedeschi hanno fatto “una figura di Merkel” e “ci somigliano sempre di
più”. Par di sognare: un capo di Stato si dimette (ed è il secondo in due anni: l’altro se n’era andato per una gaffe, avendo spiegato la guerra in Afghanistan con
“gli interessi economici della Germania”) per una vicenda che in Italia non sarebbe neppure penalmente rilevante. E, invece di invidiare i tedeschi per i loro
standard etici, li paragoniamo a noi che ci teniamo un presidente del Senato indagato per mafia (Schifani) e siamo stati governati sette volte da un amico dei mafiosi (Andreotti), una volta da un corrotto (Craxi), tre volte da un corruttore-falsificatore di bilanci-evasore fiscale-puttaniere (B.) e ospitiamo in Parlamento un
centinaio fra indagati, imputati e pregiudicati. Persino nel governo Monti c’è un condannato di Tangentopoli: Milone; un docente raccomandato, Martone; un alto
funzionario sotto processo alla Corte dei conti per aver comprato per 3 milioni (nostri) una patacca attribuita a Michelangelo e garantita da Bondi: Cecchi;
quattro ex dirigenti di banche che hanno appena dovuto pagare all’Agenzia delle Entrate un miliardo di tasse evase: Passera, Ciaccia, Fornero e Gnudi; e un
ministro che ha comprato una casa al Colosseo pagandola quanto un box auto: Patroni Griffi. E non si dimette nessuno (a parte quello delle ferie a sbafo a
sua insaputa: Malinconico). Anzi, i furbacchioni non sono riusciti neppure a pubblicare i loro redditi on line nei 90 giorni promessi. Patroni Griffi dice che non
ha fatto in tempo a causa della neve: forse i suoi redditi viaggiano senza catene. La legge contro l’e vasione e la corruzione (che ci costano 150-200 miliardi l’an -
no) continua a slittare: l’emergenza nazionale è l’articolo 18. Madama Fornero, sdegnata per gli odiosi privilegi dei pensionati da 900 euro al mese e dei lavoratori
col posto fisso, ma soprattutto per le cosce di Belén Rodriguez a Sanremo, non dice una parola contro le discriminazioni alla Fiat di Pomigliano, dove per essere
riassunti in fabbrica non bisogna essere iscritti alla Fiom; anzi va in pellegrinaggio nello stabilimento per elogiare Marchionne. E Bersani, noto progressista,
dice: “Il modello per mia figlia non è Belén, ma la For nero”. Povera ragazza: sarà in lacrime.

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Perché nel Paese si continua a rubare di EUGENIO SCALFARI

19 Febbraio 2012 Commenti chiusi

VENT’ANNI dopo Tangentopoli la Corte dei conti, ripetendo una denuncia più volte portata all’attenzione del governo, del Parlamento e della pubblica opinione, ha segnalato che la corruzione è il male più diffuso nella società italiana e l’ha quantificata in 60 miliardi annui. Sommandola all’effetto tributario di minori entrate derivanti dall’evasione (quantificabile in 120 miliardi), si ha una cifra complessiva di 180 miliardi.
C’è una differenza tra il 1992 ed oggi, è stato chiesto a Gerardo D’Ambrosio che fu uno dei protagonisti della stagione di Mani pulite? Ha risposto: “Sì, allora si rubava per il partito, oggi si ruba per se stessi”. Comunque si continua a rubare. Abbiamo un primato sugli altri Paesi dell’Occidente, in fatto di corruzione li superiamo largamente ed invece siamo largamente in coda alla classifica per quanto riguarda la competitività. Evidentemente esiste un nesso tra quei due fenomeni.

Ci sono poi altri aspetti della nostra società che fanno riflettere: la disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni è del 31 per cento (nel Sud molto di più); il precariato è alto in tutte le fasce di età (fino ai 50 anni) e rappresenta ormai un quarto della forza-lavoro; la criminalità organizzata accresce il suo peso delinquenziale e il suo reddito, ha ormai invaso anche il Nord e fa parte di una vasta rete internazionale con propri codici di comportamento, propri valori, proprie istituzioni. Insomma quasi uno Stato nello Stato.
Tutti questi
elementi non fanno che creare un clima di corruttela generale. Non a caso l’inizio di Mani pulite coincise con l’assassinio di Falcone e Borsellino.

Ha detto D’Ambrosio rispondendo ad una domanda dell’Avvenire: “Emerse un sistema generalizzato che aveva contribuito ad una spesa pubblica fuori controllo. Si arrivava perfino a bandire appalti inesistenti pur di ottenere denaro per i partiti. Gli imprenditori sapevano che non c’era altra possibilità di ottenere lavoro se non quella di trovarsi padrini politici, con ripercussioni deleterie nella pubblica amministrazione”.

I partiti dal canto loro partecipavano collegialmente al ladrocinio; esistevano percentuali di ripartizione stabilite di comune accordo; la Dc e il Psi incassavano dal 10 al 15 per cento del valore dei lavori appaltati, gli altri decrescevano secondo il peso elettorale e politico; l’opposizione, più che denari contanti, otteneva quote di lavoro per le cooperative ed erano poi queste a trasferire una parte del ricavato al Pci.

Mani pulite rivelò che lo Stato era corrotto fino al midollo perché la partitocrazia aveva occupato le istituzioni. Di qui partì la questione morale denunciata da Enrico Berlinguer. Interrogati oggi su Tangentopoli, alcuni degli esponenti del “pool” di Mani pulite, rispondendo alla domanda del perché le Procure si siano mosse soltanto nel 1992 mentre il fenomeno era in atto dai primi anni Ottanta, hanno risposto che non sapevano nulla fino a quando scoppiò il caso Chiesa e le mazzette del Pio Albergo Trivulzio. Forse non leggevano i giornali quei procuratori, o almeno non leggevano Repubblica. Noi denunciammo sistematicamente la corruttela di Stato a partire dal 1985. Nel ’87 denunziammo anche il corrotto sodalizio Craxi-Berlusconi.

Conclusione: Mani pulite fu una benedizione. L’effetto di quell’inchiesta fu l’affondamento della partitocrazia. Ma purtroppo non bastò.

***

Non bastò per tre ragioni. La prima: non vi fu una lotta continuativa, sistemica come ora si usa dire, contro la corruzione. Una legge in proposito fu varata da Giuliano Amato ma era solo un inizio che non ebbe alcun seguito.

La seconda ragione fu il berlusconismo che era caratterizzato da una polemica di alta intensità contro la magistratura inquirente e giudicante e da leggi che indebolirono fortemente le sanzioni contro i reati tipici della corruzione, a cominciare da quelli sul falso in bilancio.

La terza fu l’ischeletrirsi dei partiti che si preoccupavano sempre meno del loro rapporto con gli elettori e si rattrappirono su se stessi. L’antipolitica – da sempre latente nello spirito degli italiani – tornò ad essere un fenomeno di massa alimentato dal populismo, dalla demagogia e dal pessimo esempio fornito dalla classe dirigente.

Il solo punto di riferimento positivo e in controtendenza fu la presidenza della Repubblica durante i settennati di Ciampi e di Napolitano. Quest’ultimo – ancora in corso fino al maggio del 2013 – si trovò a dover affrontare la più grave crisi economica dopo quella del ’29, ancora in pieno svolgimento. Se il Quirinale non fosse stato e tuttora non sia in mani sicure ed efficienti dal punto di vista della democrazia e dell’economia sociale di mercato, navigheremmo in mari assai più tempestosi di quelli pur agitati che il governo Monti sta affrontando.

***

Il nostro circuito mediatico ha dato in questi giorni molta evidenza alla notizia dell’Istat che negli ultimi due trimestri del 2011 l’Italia è entrata in recessione e all’altra notizia di ottantamila giovani che hanno perso il posto di lavoro nei nove mesi dello scorso anno.

Sono due notizie molto spiacevoli ma erano note da tempo anche se l’Istat ha dato loro il crisma dell’ufficialità; sicché il clamore mediatico è francamente eccessivo. Il vero tema da porre oggi è quello di capire se la recessione continuerà, fino a quando e con quale intensità.

Continuerà, non c’è dubbio, non solo in Italia ma anche in Europa. In Usa sembrerebbe invece che sia in vista una moderata ripresa, ma non tale da far da locomotiva al convoglio. La durata dipende da vari fattori: provvedimenti di crescita adottati dall’Unione europea, provvedimenti di crescita nei singoli Paesi dell’Unione, definitiva soluzione della questione greca, politica monetaria della Bce.

Sui provvedimenti di crescita dell’Unione europea non c’è da farsi molte illusioni, anche se le ultime vicende politico-costituzionali della Germania hanno cambiato sostanzialmente il quadro. Lo si è visto all’evidenza nelle telefonate Merkel-Sarkozy con le quali la Cancelliera ha dovuto motivare con le dimissioni del presidente della Repubblica Wulff la sua impossibilità di abbandonare Berlino. Da quello che è trapelato la Merkel si trova ora in uno stato di notevole difficoltà e le ragioni ne sono ampiamente spiegate nelle nostre pagine dedicate a questo tema. La sua debolezza politica comporta di pari passo un’accresciuta capacità di negoziato da parte di quegli europei che puntano sulla crescita e su una più costruttiva pietas nei confronti del governo e soprattutto del popolo greco. Questi uomini hanno un nome e vedi caso il nome è il medesimo e si tratta di due italiani, Monti e Draghi. Al punto in cui siamo, per fugare ogni dubbio sulla ripresa dell’Europa occorrerebbe il trasferimento, sia pur parziale, dei debiti sovrani dagli Stati all’Unione. Finora la Germania non è stata d’accordo; sarà possibile una resipiscenza dopo quanto sopra detto? In alternativa ci vorrebbero trasferimenti più corposi dall’Unione agli Stati per aiutare le politiche di sviluppo dei medesimi, ma bisognerebbe stabilire un’imposta europea per rimpinguarne il bilancio; per esempio un’Iva europea, provvedimento peraltro non privo di effetti depressivi e/o inflazionistici.

Ma stimolare la domanda nei singoli Stati è un’impresa necessaria. Il governo Monti ci sta pensando ed è auspicabile che dai pensieri si passi ai fatti. Dal recupero dell’evasione e dal taglio delle agevolazioni fiscali inutili (spending review) ci si possono attendere una ventina di miliardi. La riforma delle pensioni e le liberalizzazioni ne possono dare almeno altri dieci e forse più, ma non prima del 2013-14.

Per quella data si può dunque prevedere una massa d’urto di 40 miliardi strutturali e con un bilancio in pareggio un saldo positivo delle partite correnti di 5 punti di Pil da destinare alla graduale diminuzione del debito sempre che lo spread diminuisca sotto quota 200 o più.

La massa d’urto dovrebbe finanziare sgravi fiscali alle fasce di reddito medio-basse, ai contributi delle imprese sugli stipendi dei dipendenti, agli ammortizzatori sociali. Concludendo: nel 2013 la recessione dovrebbe esser finita e nel 2014 il reddito italiano dovrebbe poter crescere del 2 per cento annuo.
Alla base di questi miglioramenti è prevedibile, anzi è sicura perché già in atto (e se ne stanno infatti vedendo i primi positivi effetti) una politica monetaria espansiva da parte della Bce.

Il temuto default del debito greco sarà certamente tamponato fin da domani, ma lascia quel Paese in condizioni drammatiche. Sappiamo quali sono stati gli errori colposi e per certi aspetti perfino dolosi dei governi greci degli ultimi dieci anni (compreso il dispendio per le Olimpiadi). Ma la responsabilità dell’Europa tedesca in questa triste vicenda è stata gravissima.

Non si può commissariare un Paese solo per tutelare la propria ricchezza nazionale. Non si può giocare con i bisogni primari di un popolo sovrano. Non si può provocare una quasi guerra civile per una manciata di spiccioli lesinati. Non si può mettere a rischio il sistema bancario internazionale.

Due parole ancora sulla Germania. È il nostro principale alleato europeo ma nessuno può dimenticare che la Germania è responsabile di due guerre mondiali e di un genocidio. Dovrebbe tener presente questi dati della sua recente storia e operare con estrema cautela prima di assumersi altre altrettanto gravose responsabilità. Mettere a rischio non solo la Grecia ma il destino stesso dell’Europa è un pericolo che – se non segnalato in tempo – può creare una situazione politicamente invivibile nel nostro continente e nella sua pubblica opinione che finirebbe con l’additare la Germania per la quarta volta in un secolo come il nemico pubblico numero uno.

Forse è venuto il momento che le voci autorevoli dell’Europa politica, culturale e mediatica lancino questo avvertimento alla Germania democratica. Bloccato il default a durissime condizioni, la Grecia deve essere aiutata a ritrovare un minimo di prosperità alla quale i suoi cittadini, che sono anche cittadini europei, hanno anch’essi diritto.

Post scriptum. Bene Elsa Fornero e bene i sindacati confederali. Il negoziato è cominciato costruttivamente e ci si augura che così possa concludersi togliendo al mercato del lavoro tante inutili ingessature che favoriscono la precarietà e impediscono la necessaria flessibilità in tempi di globalizzazione. Lascino da parte l’articolo 18. La sua esistenza è utile soltanto per impedire licenziamenti discriminatori che vanno comunque bloccati e sanzionati. Per il resto è un numero che non ha alcun significato, sia che rimanga sia che venga abolito.

(19 febbraio 2012)

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L’amnistia del Gattopardo di Marco Travaglio

18 Dicembre 2011 Commenti chiusi

L’amnistia
del Gattopardo
di Marco Travaglio
Per gettare lo sguardo oltre il naso delle
contingenze quotidiane e capire quanto sta
davvero accadendo dopo le dimissioni del
governo B. e la nascita del governo M., non c’è
libro più attuale di quello scritto da Giuseppe Tomasi
di Lampedusa negli anni 50: “Il Gattopardo”. Ogni
scusa è buona, anche la crisi finanziaria, per
scongiurare ogni vero cambiamento e azionare
meccanismi gattopardeschi che, fingendo di cambiare
tutto, lascino le cose come stavano. La manovra “s a l va
Italia” è esemplare: anche senza il Cavaliere, quelli che
andavano a cavallo continueranno ad andare a cavallo,
e quelli che andavano a piedi continueranno ad
andare a piedi. Per giunta, a piedi nudi. Succede
sempre così, in Italia, quando un regime tramonta: il
vero Potere cade in preda all’horror vacui, anzi all’h o r ro r
n ov i , e s’ingegna per riempire il vuoto con finte novità,
magari più presentabili, gradevoli, soprattutto
“sobr ie”, che intontiscano la gente illudendola che
qualcosa cambi, mentre nella sostanza tutto rimane
come prima. Finte rivoluzioni senza epurazioni,
all’insegna del continuismo e del trasformismo:
accadde alla fine del fascismo dopo la Liberazione e la
Costituente, accadde alla fine della Prima Repubblica
dopo Mani Pulite, accade ora alla fine dell’Era B.
L’horror novi del Potere è fondato su timori più che
comprensibili: siccome la cosiddetta Seconda
Repubblica ha saldato in un unico blocco, aggrumato
intorno a B. e ai suoi finti oppositori, gran parte del
potere finanziario, imprenditoriale, ecclesiastico,
massonico e criminal-mafioso, lo scioglimento di quel
blocco allenta i legami di omertà e convenienza che
inducevano i sodali al silenzio. Nei momenti di crisi, è
più facile che chi sa qualcosa parli, per prendere le
distanze dal passato e guadagnarsi un posto in prima
fila nel futuro. Fu così nel 1992-‘93, quando orde di
imprenditori corsero da Di Pietro a confessare le
tangenti e centinaia di mafiosi fecero altrettanto sulle
stragi e i rapporti con la politica. La stessa cosa,
prepariamoci, sta per accadere sulle Tangentopoli e
Mafiopoli dell’ultimo ventennio: nei prossimi mesi si
scoperchieranno cricche affaristiche e cosche
politico-mafiose da far impallidire quelle scoperte
finora. I politici lo sanno e tremano. Ecco perché si
torna a parlare di amnistia, con la scusa – si capisce –
di alleviare le condizioni di vita dei poveri carcerati.
Dei quali naturalmente non frega niente a nessuno,
altrimenti in questi anni non si sarebbe fatto di tutto
per moltiplicarli e si sarebbe fatto qualcosa per
migliorarne le condizioni di vita. I detenuti sono
un’“emer genza” da tenere sempre aperta, come
pretesto per giustificare i colpi di spugna che, appena
le cose si mettono male, salvi i colletti bianchi dalla
futura galera. Di Pietro e il senatore Idv Palomba fanno
notare l’amnistia preventiva e selettiva nascosta nella
norma “svuota-carcer i” della ministra Severino: quella
che consente ai condannati di scontare a domicilio le
pene complessive o residue sotto i 18 mesi, senza
passare dal carcere. Il provvedimento, curiosamente,
non esclude i reati dei colletti bianchi: corruzione,
evasione, falso in bilancio. Che già, diversamente da
quelli dei poveracci puniti, sono sanzionati con pene
massime molto basse (4-5 anni) e in concreto – f ra
uno sconto e un’attenuante – producono condanne a
2-3 anni, non di più. Con il bonus di 18 mesi, visto che
già si scontano ai servizi sociali (cioè fuori) le pene
fino ai 3 anni, tutti i futuri white collar condannati
avranno la certezza matematica di non fare nemmeno
un giorno di galera. Ora, siccome i colletti bianchi in
carcere sono statisticamente irrilevanti, non c’è
motivo perché siano compresi nella svuota-carceri.
Ergo, se la proposta Idv di escluderli sarà respinta,
dovremo dedurne che la legge non serve a mandar
fuori qualche migliaio di reclusi, ma a non mandar
dentro qualche centinaio di politici, imprenditori,
manager e banchieri. L’ennesima legge del
G a t t o p a rd o .

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Fiat, momenti di tensione davanti all’Unione industriale

5 Dicembre 2011 Commenti chiusi

Gruppi di lavoratori si fronteggiano, tra scambi di insulti e lancio di uova, davanti alla palazzina dove si svolge l’incontro per estendere a tutto il gruppo il contratto di Pomigliano. Forte schieramento di polizia
di PAOLO GRISERI
Momenti di tensione di fronte alla sede dell’Unione industriale di Torino dove è in programma il nuovo incontro tra azienda e sindacati per estendere a tutto il gruppo Fiat il controverso contratto di Pomigliano. Una cinquantina di lavoratori con le bandiere dei sindacati del sì (FIM, uilm e Fismic) fronteggia altrettanti operai di Cobas e Usb. I due presidi sono divisi dalle transenne e da una zona franca di fronte all’entrata della palazzina di via Vela.
Arrivando all’incontro il leader del Fismic, Roberto di Maulo, ha detto che “è possibile arrivare alla stretta conclusiva entro domani”. Nei giorni scorsi FIM e uilm erano state più prudenti immaginando “una conclusione entro metà mese”. All’incontro di oggi partecipa anche la Fiom.
Poco prima delle 11 dal gruppo dei Cobas sono partiti insulti all’indirizzo dei lavoratori del sí. Alcuni operai del no hanno tentato di forzare le transenne. Ne è seguito un parapiglia, sono state lanciate uova, poi è intervenuta la polizia a far arretrare il gruppo dei Cobas. I due presidi contrapposti non sono mai entrati in contatto.
All’intero la trattativa è proseguita regolarmente. In apertura il capo delegazione della Fiat, Paolo Rebaudengo, ha chiesto ai sindacati la disponibilità a giungere a una firma. Entrando alla riunione anche il responsabile auto della Fim, Bruno Vitali, ha annunciato per “l’accordo potrebbe arriva domani o dopodomani”. Per la Fiom invece “se ci chiedono la pura e semplice estensione dell’accordo di Pomigliano, è chiaro che non c’è trattativa”. Lo sostiene Maurizio Landini secondo il quale Fim e Uilm dovrebbero spiegare come fanno ad accettare di cambiare gli accordi senza nemmeno un referendum tra i lavoratori”.

Fiat, momenti di tensione a Torino insulti e lanci di uova tra lavoratori Fiom non firma, è fuori dal tavolo della trattativa

(05 dicembre 2011) © Riproduzione riservata o-25951269/

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In un caveau nel cuore di Roma le mazzette della Prima Repubblica

5 Dicembre 2011 Commenti chiusi

La Finanza ha scoperto le tracce di un deposito da 60 milioni di dollari che l’ex prestanome di Massimo Ciancimino, il tributarista Gianni Lapis, cercava di cambiare in euro. L’agente sotto copertura che per giorni ha trattato con alcuni faccendieri: “Mi dissero che erano tangenti pagate fra il 1986 e il 1988″ di SALVO PALAZZOLO

http://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/12/05/news/in_un_caveau_nel_cuore_di_roma_le_mazzette_della_prima_repubblica-26105913/?ref=HREC1-6

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Tiscali Video http://video.repubblica.it/edizione/palermo/l-arresto-dell-avvocato-lapis-a-roma/82853/81243

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La pietosa intervista della Carfagna 1/2

4 Dicembre 2011 Commenti chiusi

Ecco il nostro ministro delle pari opportunità in un’intervista alle Invasioni Barbariche. La Carfagna viene messa nell’ovatta durante tutta la trasmissione con domande vaghe e molto semplici, ma nonostante questo il giovane ministro riesce a collezionare una brutta figura dopo l’altra. Purtroppo dall’intervista emerge una parte considerevole della sua ignoranza.
La sua intenzione era quella di elogiare Berlusconi ed il suo Governo ma fallisce miseramente nel suo intento ottenendo addirittura l’effetto opposto.

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YouTube Video http://www.youtube.com/watch?feature=fvwp&NR=1&v=QgLxPThcfAo

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Slot machine: multa da 98 miliardi a rischio. – Ferruccio Sansa – Cadoinpiedi.it

4 Dicembre 2011 Commenti chiusi

Sono 98 i miliardi di euro che la Procura della Corte dei Conti ha richiesto alle società concessionarie delle slot machine per irregolarità e danno ai Monopoli di Stato.
Oggi , una sentenza che annulla una penale di 7 milioni potrebbe diventare pretesto per cancellare una quella di 98 miliardi.
http://www.youtube.com/watch?v=5ZG3xgugWpU

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Servizio Pubblico, un successo che manda in tilt il sistema Auditel

3 Dicembre 2011 Commenti chiusi

Il programma di Santoro si conferma il primo talk del giovedì e in assoluto la terza scelta dei telespettatori. Ma continuano i misteri sulla misurazione dei dati d’ascolto: se complessivamente è affidabile si fatica a conteggiare le singole tv di Carlo Tecce
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/03/servizio-pubblico-fa-saltare-il-sistema-auditel/174923/

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Manovra, le condizioni del Pdl a Monti su Ici e Patrimoniale

3 Dicembre 2011 Commenti chiusi

Tassa sulle barche e i beni di lusso, super Ici per seconde e terze case, aumento delle aliquote Irpef di 2 (ma anche fino a 3) punti per gli scaglioni oggi al 41 e 43%, tagli a sanità e trasporti. Le probabili misure incluse nella manovra di Mario Monti agitano la politica (leggi l’articolo). Nell’incontro a Palazzo Chigi, durato oltre due ore, Alfano ha illustrato al premier le criticità delle misure anticrisi su cui il partito potrebbe esprimere contrarietà (articolo di Sara Nicoli). Prima del Pdl faccia a faccia del presidente del Consiglio con gli esponenti del Terzo Polo. Casini parla di “misure severe e dure”. Poi dice: “Ricercheremo l’equità”. Il segretario Pdl dopo l’incontro a Palazzo Chigi dice: “Equità per le famiglie”. Calderoli: “Se alza le tasse la Lega farà le barricate” (cronaca ora per ora).
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/03/manovra-condizioni-pdl-montino-alla-patrimoniale-allici/175025/

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