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Archivio Dicembre 2003

Schedati in rete

26 Dicembre 2003 4 commenti

tratto da “www.ilmanifesto.it”

Un decreto obbliga i gestori di internet e telefono a conservare i dati sugli accessi per 5 anni
SARA MENAFRA

Schedati. Da oggi chiunque si collega a internet, riceve un sms o fa una telefonata, rimarrà registrato negli archivi del gestore della connessione (telefonica o telematica) per 60 mesi, cioè per cinque anni. Come hanno dimostrato le recenti indagini, soprattutto quelle sulle nuove Brigate rosse, attualmente le comunicazioni telefoniche sono tutte registrate negli archivi dei gestori dei servizi telefonici, al punto che a distanza di anni è stato possibile ricostruire tutto il traffico dei cellulari dell’organizzazione e delle schede telefoniche prepagate che li contattavano. Fino a qualche tempo fa, però, le aziende telefoniche conservavano questi archivi senza che nessuna legge li avesse obbligati a farlo. La prima normativa su questo punto era stata approvata lo scorso 27 giugno e sarebbe entrata in vigore il prossimo 1 gennaio. Il «Codice della privacy», infatti, stabiliva che dal 1 gennaio 2004 le compagnie telefoniche avrebbero dovuto tenere memoria del traffico per 30 mesi, e solo per 6 mesi sarebbe stato possibile fornire i dati necessari per la fatturazione. Questo significava che con il nuovo anno i gestori della rete avrebbero dovuto distruggere tutti i dati relativi al biennio 1999-2000 e parte di quelli relativi al 2001.

Ora invece l’ultimo consiglio dei ministri ha espanso l’obbligo di conservare la memoria delle comunicazioni telefoniche a 60 mesi. Non solo: da oggi l’obbligo di mantenimento dei dati riguarderà tutti i «dati di traffico», una definizione un po’ generica che comprende non solo il traffico telefonico, ma anche tutte le connessioni agli Internet Service Provider, e gli stessi sms. Per i primi 30 mesi questi dati potranno essere prelevati per qualunque «finalità di accertamento e repressione dei reati» (art.132 comma 1). I dati relativi ai precedenti 30 mesi, invece, potranno essere prelevati dai magistrati solo se la persona di cui si vogliono ricostruire tutte le tracce telematiche è indagata per reati molto gravi, come rapimento, mafia, estorsione o terrorismo.

Il testo approvato dal governo è stato immediatamente bocciato dal Garante sulla privacy secondo cui la nuova norma è anticostituzionale: «è in conflitto con le norme costituzionali sulla libertà e segretezza delle comunicazioni e sulla libera manifestazione del pensiero», argomenta il breve comunicato. Il problema, dicono dall’authority, è che dai dati di connessione alla rete internet si possono ricavare moltissimi elementi personali. Dai file di log -che sono una sorta di firma sul registro di ingresso di un sito internet – infatti, si può ricostruire quali pagine internet sono state visitate, da chi e per quanto tempo, oppure da chi era stata spedita una determinata mail, quanto «pesava» e quando è stata scaricata.

Con questa legge per di più, l’Italia supera anche il dibattito europeo su questo punto. I Quindici, infatti, stanno discutendo da tempo della possibilità di obbligare i gestori dei provider a tenere il registro degli accessi (cioè l’elenco dei log), ma il termine massimo avrebbe dovuto essere fissato a 12 mesi. Dopo una lunga discussione, però, la normativa si è di fatto bloccata.

La decisione è stata presa «in nome della lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata» ha argomentato ieri il ministro Roberto Castelli. E infatti a gioire della decisione presa sono stati soprattutto i magistrati della Direzione distrettuale antimafia e dell’antiterrorismo.
Riferimenti: http://www.ilmanifesto.it/oggi/art83.html

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Fuga dall’Africa: in viaggio con i clandestini

25 Dicembre 2003 1 commento


Tratto da “www.corriere.it” del 25/12/2003

Dal Senegal alla Libia, il tragico business dell’immigrazione
Fuga dall’Africa: in viaggio con i clandestini
Sulle piste del Ténéré e del Sahara per un mese e mezzo tra incidenti, violenze e dolore. Li abbiamo seguiti per 5 mila km
di “Fabrizio Gatti”

DESERTO DEL SAHARA – Il più giovane dei passeggeri l?hanno frustato sul piazzale del commissariato, nell?oasi di Dirkou, in Niger. Il capoposto in tuta mimetica si è sfilato il cinturone militare e davanti a tutti ha colpito Elvis Benine, 15 anni, per rapinargli la banconota da 5 mila franchi che stringeva nella mano, sette euro e 70 centesimi. Ernest e Victor Robson, in viaggio verso l?Italia con le foto dei loro bimbi in una tasca dei jeans, si sono dovuti inginocchiare sotto il sole di mezzogiorno: due ore a cuocere nella sabbia rovente, immobili, fino a quando un capitano non si è convinto che loro di soldi non ne avevano più. Adama Traoré e altri 21 ragazzi sotto il sole ci sono da dodici giorni, mangiano topolini, insetti, una manciata di miglio.
I soldati li hanno fatti scendere dal camion vicino a un pozzo sperduto nel deserto, perché i 22 immigrati non avevano più niente. Nemmeno un paio di scarpe bucate con cui pagare l?estorsione. E ormai la polvere si è impossessata dei loro capelli, dei vestiti logori, della loro pelle. Quando camminano è perfino difficile distinguerli sullo sfondo arido del paesaggio.

Fuga dall’Africa clicca su una foto per andare alla galleria

Nessuna pietà protegge i clandestini che dall?Africa della costa cercano di raggiungere l?Italia e l?Europa. Partono dal Senegal, dal Mali, dalla Guinea. Scappano da Sierra Leone, Liberia, Costa d?Avorio, Ghana, Benin, Togo, Nigeria e Camerun. E dopo qualche migliaio di chilometri in pullman, camion o su minibus stracolmi, si raccolgono ad Agadez, in Niger. Affrontano il Ténéré, il deserto dei deserti. Poi il Sahara. Un popolo in fuga: ogni mese quindicimila persone attraversano le dune e i grandi plateau in marcia verso Nord. Quasi tutti uomini, poche donne, raramente un bambino. Abbiamo viaggiato con loro.

Li abbiamo seguiti nel percorso più lungo, la via che incrocia tutte le altre. Da Dakar, Senegal, alla Libia. Uno zaino, la tanica per bere e un turbante tuareg per nascondere la pelle chiara nei momenti più delicati. Cinquemila chilometri, lasciando alle spalle l?Africa dei fiumi per attraversare erg, pianure e valli dove la sabbia ha preso il posto dell?acqua.
Un mese e mezzo di spostamenti e attese, incidenti, violenze e dolore. Non tutti riescono ad arrivare fin qui. Non tutti vedranno questo orizzonte di polvere rossa che dal Niger scende finalmente in Libia, all?unica strada asfaltata che in un giorno porta a Tripoli, al Mare Mediterraneo, alle barche stracariche di clandestini che salpano verso Lampedusa. Kofi, 24 anni, partito dal Ghana, è morto di fame e polmonite all?autostazione di Agadez.
Sei ore di convulsioni e invece del medico, i guardiani hanno chiamato i poliziotti: Kofi non aveva i 1000 franchi, un euro e 50, per pagare l?ospedale. Oliver, arrivato dalla Nigeria, è stato soffocato da una pallottola di banconote. Aveva 800 dollari, i gendarmi nigerini stavano spogliando e massacrando di botte tutti gli stranieri perquisiti prima di lui. E Oliver, disperato, ha ingoiato i soldi per nasconderli. La sua vita è finita così.
Il traffico dei clandestini verso l?Italia è il più grande affare di polizia, gendarmeria e forze armate del Niger. E dei reparti libici che pattugliano il valico di Tumù e il confine meridionale. A ogni posto di controllo ogni immigrato deve sborsare una tangente. Militari e agenti nigerini chiedono 10 mila franchi, 15 euro e 40. Spesso si accontentano di cinquemila. Ma se nelle perquisizioni e nei pestaggi trovano di più, si tengono tutto: a volte sono rotoli di 800, mille dollari, messi da parte per pagare il viaggio finale in barca.
Superare i 2040 chilometri tra Niamey e la Libia può costare in estorsioni tra i 60 mila e i 100 mila franchi: più del prezzo del viaggio sulla stessa distanza, 55 mila franchi.

ESTORSIONI AI POSTI DI CONTROLLO – I dodici posti di controllo, dalla capitale al fortino di Madama, rendono all?esercito e alla polizia nigerini tra il milione e mezzo e i due milioni di euro al mese. Fino a 20 milioni di euro all?anno. Con queste cifre, da queste parti, si armano squadroni speciali, si comprano campagne elettorali, si organizzano colpi di Stato. I militari libici prendono il resto. Sequestrano quello che rimane nelle tasche degli stranieri che passano a Tumù, con la scusa di qualche irregolarità: la mancanza del visto, o il divieto di far circolare valuta straniera.
Chi sopravvive alla fame, alle torture, alla fatica, alle razzie, raggiunge la Libia eroicamente aggrappato ai camion. Grappoli di teste, braccia, gambe e bidoni pieni d?acqua nascondono le lamiere dei grandi Mercedes 6×6 o dei modelli anni ?50. Da Agadez ne partono almeno tre ogni giorno, guidati da autisti arabi o tubù: 150-200 persone per camion. Senza contare chi viaggia con i trasporti di capre e cammelli, i convogli mensili con le sigarette di contrabbando, i vecchi furgoni Toyota 45. Quattro o cinque giorni di Ténéré, se tutto va bene, da Agadez a Dirkou: 660 chilometri, 15 mila franchi il biglietto, 23 euro. E poi il Sahara. Altri quattro o cinque giorni di piste, da Dirkou ad Al Gatrun, in Libia, dove comincia la strada asfaltata: 830 chilometri, 25 mila franchi, 38 euro e 50.
I furgoni costano il doppio perché arrivano prima. Se non si perdono e non si rompono. In maggio, il mese più caldo, un autista ha preso una mescebed, una pista abbandonata. Il camion si è insabbiato: 63 morti di sete. Sempre in quel periodo un Toyota stracarico di clandestini si è guastato in mezzo al Ténéré. C?era un altro furgone lì dietro. L?autista ha deciso di tornare all?oasi di Dirkou e cercare i pezzi di ricambio. Si è rotto anche quel Toyota. Il primo non l?hanno mai più ritrovato. Del secondo, si sono salvati in pochi. Altri sessanta morti.
Fino a Niamey, capitale del Niger, è un viaggio normale. Con tutti i normali imprevisti di un viaggio in Africa. Un treno deragliato dopo Tambacounda, in Senegal. Il taxi brousse, il minibus del Sahel, con la coppa dell?olio squarciata in Mali. L?assalto dei banditi di notte, sul treno degli immigrati da Kayes a Bamako. Una gomma senza più battistrada ridotta a un gomitolo di fil di ferro, sulla strada di Ayorou tra Mali e Niger.

LA PARTENZA E? ALL?ALBA – A Niamey la stazione degli autobus Sntv, la società nazionale, è in riva al fiume Niger. Il biglietto per Agadez si paga il giorno prima. Nella sala d?attesa il grande televisore a colori trasmette un documentario via satellite: le coste della Tunisia, il mare, Malta, Lampedusa, Pantelleria, la Sicilia, i pescherecci, le barche a vela, i monumenti, volti felici, la sigla, l?indirizzo dei produttori, Palermo, Sicily, Italy.
Si parte alle 6, presentazione alle 5.30. Anche le zanzare devono conoscere l?orario. Sciami malarici ronzano intorno ai passeggeri che non smettono di darsi sberle. In cima alla scarpata, un po? più a sinistra, la residenza del presidente della Repubblica, Mamadou Tandja. E sotto, a destra, un capannone abbandonato dove dormono gli stranieri che hanno finito i soldi. «Allah è grande, la pace sia con voi», dice l?imam nella moschea sotto la tettoia. Le donne non possono entrare. Si inginocchiano sulla terra impregnata d?olio del parcheggio e senza volerlo rivolgono le loro invocazioni al banco pericolante che vende sigarette, caramelle, bottiglie d?acqua e fiammiferi.
Il pullman si mette in moto dopo la preghiera. Gli stranieri si sono nascosti in fondo. Davanti i nigerini. Tra loro un tuareg con il taguelmoust, il turbante bianco. E tre hausa, con le cicatrici tribali che dagli angoli della bocca incidono le guance come i baffi di Gatto Silvestro. A Birni-Nkonni, la prima razzia. Due barili ai lati della strada e una corda come sbarra del posto di blocco. Il passaporto italiano non è un problema. L?agente in mimetica apre un documento nigeriano. E subito dopo un passaporto azzurro della Liberia. «Voi due ? urla in hausa ? scendete». L?ufficio di polizia è una casupola in banco, i muri impastati con fango e paglia. Dura un quarto d?ora. Poi il nigeriano e il liberiano tornano sul pullman. Quanto avete pagato? «Io duemila ? dice il nigeriano ? perché ho il visto, il mio amico cinquemila franchi». Un chilometro dopo, l?alt dei doganieri. Il controllo dura un?ora, sotto il sole dell?una. E questa volta anche i clandestini seduti in fondo al pullman devono pagare.
A Tahoua i gendarmi sono già impegnati con un minibus stracarico. Ma all?arrivo ad Agadez, quando è già buio, tutti gli immigrati sono trattenuti al posto di controllo. Una tettoia e una fila di casupole, un motorino, due soldati con il mitra stretto nelle braccia e dodici stranieri in piedi davanti a tre borse e un trolley. Qui è finito il viaggio di Oliver, il 20 marzo, soffocato da una pallottola di dollari.

IN PIEDI PER TUTTA LA NOTTE – Con i clandestini ci si ritrova la mattina dopo, nel grande recinto dove arrivano corriere e minibus e partono i camion del deserto. Un vecchio Mercedes 6×6 è pronto, con la sua collana di bidoni appesi tutt?intorno. Bill C., 24 anni, di Monrovia, Liberia, zoppica: «Ci hanno tenuti in piedi per ore, tutta la notte ? racconta ?. A me i militari hanno fatto sollevare il piede destro e piantato un coltello nella suola della scarpa. Così, zac, zac, zac. Poi l?hanno fatto con il sinistro. Volevano i soldi, credevano li avessimo nascosti nelle scarpe. Quando ho gridato per il dolore, hanno capito che lì non c?erano nascondigli». Bill, figlio di un viceministro assassinato con la moglie nel ?96 in Liberia, è in fuga con due amici, Adolphus K., 24 anni, e Aloshu B., 30. Scappa perché, dice, ha paura che gli avversari del padre possano uccidere anche lui. Da quattro anni i tre ragazzi abitavano nel campo profughi di Buduburam ad Accra, in Ghana. Sui loro passaporti azzurri c?è la stessa data di rilascio: 11 novembre. «Io e Adolphus siamo partiti con 250 dollari», rivela Bill. «Io ne avevo 130 ? spiega Aloshu ?. Il viaggio è andato bene fino al Niger. Ma alla frontiera di Maradi i poliziotti hanno preteso 100 dollari da ciascuno di noi. Vogliamo arrivare in Tunisia: ci hanno detto che da lì prendere la barca per l?Italia è meno pericoloso. In gennaio la Tunisia ospita la Coppa d?Africa di calcio. Migliaia di persone andranno là con la scusa delle partite. Ci saremo anche noi».
Billy Osas, 26 anni, camionista di Benin City, Nigeria, è disperato. Piange e prega: «Mio padre ha venduto tutto quello che c?era in casa per farmi partire. Il motorino, il videoregistratore, la tv, il frigo. Qui mi hanno detto che per legge dovevo mostrare i soldi. Così un ufficiale si è preso tutto: 300 dollari. Adesso sono stranded, bloccato. Con l?elemosina posso comprarmi solo un po? di acqua zuccherata». Anche Kofi, 24 anni, era stranded. La mattina del 25 novembre Osas e il suo amico Johnson Godwill, 27 anni, nigeriano, sono sconvolti: «Stanotte se n?è andato un fratello del Ghana. È morto davanti a noi, alle due di notte. Dalle otto di sera strisciava per terra per le convulsioni. Supplicavamo i nigerini dell?autostazione di chiamare un dottore. Invece hanno chiamato la polizia, dopo sei ore. Lo conoscevamo come Kofi, 24 anni. Non mangiava da almeno una settimana, tossiva molto… Questa è l?Africa, amico. In Europa Kofi sarebbe ancora vivo, per questo vogliamo scappare da qui».

I SOLDI NELLE SCARPE – Il camion per Dirkou parte alle 8, dicono alla biglietteria. Ma alle 10 è ancora sul piazzale dell?autogare. L?arabo Alham Boubacar, capo dell?agenzia di Agadez, ha venduto ogni superficie disponibile. Restano scoperti soltanto il battistrada delle grandi ruote e il cofano.
I più comodi stanno seduti sul tetto della cabina o a cavalcioni sulle fiancate. Gli altri si sono accovacciati sul fondo del cassone. I più sfortunati devono rimanere in piedi, o appollaiati su due traverse di ferro, oppure aggrappati a qualche spigolo. Così fino a Dirkou, in 160, per almeno quattro giorni e quattro notti, sotto il sole spietato e il gelo dell?alba. Gli autisti sono due, si danno il cambio o masticano semi di cola per rimanere svegli. Bill, Adolphus e Aloshu si sono aggrappati alla traversa di ferro, con i piedi penzoloni sulle teste che stanno sotto. Osas e Johnson guardano dal marciapiede. Nemmeno oggi hanno soldi per partire.
Cinque chilometri, quasi mezz?ora di viaggio e il camion già si ferma. I poliziotti fanno scendere tutti. È il primo posto di controllo sulla pista per il Ténéré. Un ragazzo hausa in mimetica squarcia con un coltello le intercapedini di canapa che avvolgono i bidoni dell?acqua. Poi si fa consegnare le scarpe da un gruppo di passeggeri e taglia in due le suole. Cerca soldi.
Chi è a piedi nudi o in ciabatte, se non paga viene portato dietro al capanno. Si sentono grida sommesse, colpi, il sibilo di una frusta. Anche Bill, Adolphus e Aloshu vengono picchiati sulla schiena con un grosso cavo elettrico. Alla fine consegnano 10 mila franchi a testa. I poliziotti vogliono di più. Poi vedono i loro passaporti azzurri e si calmano. Ai nigeriani va peggio. Dopo un?ora si riparte. In venti restano a terra. Ottanta chilometri più avanti, aspettano i gendarmi di Tourayatte, l?ultimo villaggio. Ogni volta che si risale scoppia una rissa. Chi non ne può più, si appropria di un angolo comodo del camion. Gli autisti arabi ridono di gusto.
Nella notte Bill, sfinito dalla stanchezza, cade sui passeggeri seduti sotto di lui. Uno di loro si alza e gli spacca il labbro con la torcia elettrica. Altri si fanno spazio con la punta di un coltello. Quando è buio, le ruote seguono le vecchie tracce nella sabbia liquida come l?acqua. Il motore arranca. Prima, seconda, prima ridotta. Non più di cinque-dieci chilometri all?ora. Alle nove di sera il quarto di luna è un Titanic che affonda dentro la linea nera dell?orizzonte.

LA NOTTE NEL DESERTO – C?è un grande traffico di stelle cadenti lassù. Scintillano attorno all?arco di Orione che, preciso come una lancetta, indica la rotta e l?ora della notte. E quando il sole è alto, il paesaggio si scioglie nei miraggi. Le dune prendono forma in cielo, per poi scendere e avanzare nel deserto dorato. Dopo tre giorni e mezzo si riempiono i bidoni al pozzo di Achegour. Il camion si ferma tra miliardi di mosche assetate che aggrediscono occhi, naso, bocca per rubare il sapore dell?acqua. Poco più avanti, una delle tante tombe di chi non ce l?ha fatta. Passa un altro giorno e in cielo, dietro a una duna, appare l?oasi di Dirkou.
Elvis Benine, quindici anni, nigeriano di Benin City, è pronto a partire sul vecchio Mercedes del libico Ahmed El Falouki, trentadue anni, trafficante di clandestini tra Dirkou e Al Gatrun. Quando vede un europeo nel gruppo, Elvis gli corre incontro. «Monsieur, do you speak English? ? chiede tremando ?. La polizia vuole da me tremila franchi, altrimenti non mi fanno salire. Ma io ho speso tutto per il biglietto e non ho più soldi». Pochi minuti dopo Elvis corre verso i poliziotti con l?ingenuità di un bambino e una banconota di cinque mila franchi in mano. Un agente in borghese gliela prende e lo allontana dal camion. Lui protesta. Il capoposto lo zittisce sventolandogli il cinturone sulla testa. Continua a colpirlo. Elvis cade ferito, si raggomitola inciampando nel filo spinato.
I 152 passeggeri di Ahmed El Falouki guardano in silenzio. Tra loro i liberiani Ernest Robson, 27 anni, laureato in economia, e il fratello Victor, 31, ex impiegato, due papà che potresti vedere in qualunque telefilm sulla provincia americana. Due settimane fa il loro viaggio fino a Dirkou è stato tremendo. Ad Agadez li hanno messi a cuocere sotto il sole.
Poi nella notte una delle sponde del camion è crollata: «Un passeggero ? racconta Ernest ? è finito sotto le ruote, altri si sono feriti. Ci hanno scaricati nel deserto per riportare il camion a riparare ad Agadez. Il resto del viaggio io e Victor l?abbiamo fatto abbracciati, tenendoci l?un l?altro, per paura di cadere».

LA FRONTIERA E? CHIUSA – Il camion di Ahmed El Falouki parte alle cinque di sera, dal piazzale del commissariato. Elvis Benine resta a terra. Lo stesso è successo dodici giorni fa ad Adama Traoré, 25 anni, del Mali, e agli altri 21 bloccati con lui al pozzo di Dao Timmi davanti alla piccola base militare. «I soldati ci hanno fatti scendere, convinti che rimanendo sotto il sole avremmo consegnato un po? dei nostri soldi ? dice ?. Invece non avevamo niente davvero. E adesso non c?è un solo autista che ci porti in Libia. A volte i militari ci passano un po? di miglio avanzato. Ma non basta per tutti. Dobbiamo arrangiarci. Sì, quando la fame è forte… un topo o qualche piccola locusta».
Ancora una notte e un giorno di viaggio, le rocce bianche di Mabrous, il fondo di un mare prosciugato, distese, miraggi e laghi fantasma. La pista porta davanti a un fortino costruito dalla Legione Straniera, semisommerso nella sabbia. È Madama, postazione del 24 Battaglione interforze di Agadez, l?ultima razzia prima dei militari libici. Duecento corpi affollano l?ombra dell?unica grande acacia. Sono lì da quattro giorni, stremati e affamati perché hanno finito le scatolette di sardine, il latte in polvere, il pane e i biscotti.
La Libia ha chiuso la frontiera. A volte succede quando c?è una festa nazionale, o quando l?Italia protesta per i troppi clandestini in arrivo. Solo che qui siamo in pieno Sahara. Non si può tornare indietro. Ieri qualcuno ha provato a mangiare la paglia caduta una settimana fa da un camion che trasportava cammelli. E oggi è piegato in due dalla dissenteria. Poco prima del tramonto arriva un altro camion, quasi trecento immigrati con le scorte al limite. I militari armati di mitra fanno il loro lavoro: stranieri in ginocchio con le mani sulla testa, calci con gli scarponi in mezzo alla schiena, frustate con i fili elettrici. Il sergente Sani Argika corre a controllare che tutto vada per il meglio: «Dopodomani forse i libici riaprono ? dice ? Forse… Inshallah, se Allah vuole». Quando Tripoli vuole.

Fabrizio Gatti

1-continua

24 dicembre 2003 – Corriere.it anche sul tuo cellulare Tim, Vodafone o Wind DA CORRIERE.IT

Il viaggio
La Cei interviene a favore degli immigrati (11 novembre 2003)
Lampedusa, nuovo barcone con 153 clandestini (22 ottobre 2003)
Fini: «Aboliamo le quote per gli immigrati» (12 ottobre 2003)

Riferimenti: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2003/12_Dicem

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"Io, tranviere di Bologna vi racconto la mia storia".

23 Dicembre 2003 Commenti chiusi

Tratto da “www.repubblica.it del 23/12/2003″.

Italo, sindacalista delle RdB: “Non sono un sovversivo, ma ormai non ce la facciamo più” di MICHELE SERRA

BOLOGNA – “Lasciamo perdere l’estremismo e la sovversione, se no ci sarebbe da dire quanto sovversivo è vivere in un Paese dove le regole contano solo per i lavoratori, come dimostra la faccenda Parmalat. Io faccio il sindacalista. E basta. E il lavoro del sindacalista è difendere i soldi e i diritti di chi lavora”. Italo Quartu ha quasi cinquant’anni, è romano, lavora qui da 22 anni, autista sulla linea Castelfranco-Bologna. Nella sede degli Rdb (rappresentanti di base, i quadri del sindacalismo più radicale, per intenderci) l’aria è di vecchia sinistra, c’è puzza di fumo rappreso, sedimento di interminabili riunioni, i manifesti rossi alle pareti di uno stanzone freddo, illividito dal neon.

Lui poi ha la barba, e usa parole come padrone, come lotta di classe, non ci fosse un computer, nell’altra stanza, il salto temporale parrebbe di trent’anni secchi, i trent’anni trascorsi dalla “lotta dura senza paura”.
Solo che è adesso, decisamente adesso, Natale 2003, che questo clamoroso inciampo sociale, l’insurrezione degli “autoferro”, arriva a stendere le nostre città opulente. E l’anacronismo (se di questo si tratta) non ha certo le esili basi ideologiche dell’irriducibilità o della nostalgia. E’ la riscoperta della sofferenza sociale, il vero anacronismo, il vero schiaffo che ha colpito al volto il paese. E la reazione dei bolognesi, qui fuori, al disagio di un lunedì di shopping parzialmente impedito dallo sciopero spontaneo del mattino, è indispettita ma anche cauta, anche pensierosa, in qualche caso perfino solidale.
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“I conti sono presto fatti. Con gli accordi firmati quattro anni fa, nel biennio 2002-2003 gli autoferro avrebbero dovuto avere un aumento mensile di 106 euro, per rimediare all’inflazione. Siamo arrivati a dieci giorni dalla scadenza, e l’accordo è ancora inapplicato. Cgil Cisl e Uil hanno ricontrattato quell’accordo al peggio, accettando, a saldo di due anni di aumento mai pagato, un’una tantum che non copre neanche la metà del dovuto. La domanda da farsi, allora, è una sola: perché i confederali hanno accettato di ricontrattare una cosa già ampiamente stabilita?”.

Gliene faccio un’altra, di domanda: perché mai quell’accordo non è mai stato applicato, visto che è stato firmato?
“Perché avrebbero dovuto farlo le Regioni, ma lo Stato, dopo essersi inventato la riforma federale, ha tagliato i fondi agli enti locali. Che non se la sentono o non possono imporre nuove tasse. E poi, dal momento che è passato il maledetto principio che i servizi pubblici non sono più servizi, ma sono aziende che devono a tutti i costi fare utili, la logica è cambiata. L’indebitamento nei servizi, che in uno Stato sociale dovrebbe essere coperto dal prelievo fiscale, è visto come un tabù inaccettabile. L’utente lo chiamano cliente. Gli autisti vengono assunti come apprendisti, ma le pare possibile che un conducente di autobus, già regolarmente patentato, possa essere un apprendista?”

La legge che regolamenta lo sciopero nei servizi di pubblica utilità è del ’90. In quattordici anni, salvo sporadiche effrazioni, ha retto. Perché proprio adesso questa ribellione generalizzata? Infrangere una legge è così facile, così legittimo?

“Senta, quella legge è una sostanziale abrogazione del diritto di sciopero per intere categorie. Con il salario divorato da un’inflazione reale doppia rispetto al 2,6 ufficiale, era inevitabile che l’esasperazione portasse a dare una spallata con la sola arma che ci resta. Se non lo sciopero, cosa?”

Ma è il classico sciopero che colpisce prima di tutto i cittadini. Non le sembra che il clima rischi di diventare il classico tutti contro tutti?
“Io di discussioni dure, qui a Bologna, ne ho avuta una sola. Ho cercato di spiegare che il lavoro ha una dignità, è un valore, non può essere solo una merce da comperare quando serve e da buttare nel cesso quando non serve più. Perché è questa la situazione, in un paese a capitalismo ingessato come il nostro, finto liberista: l’unica variabile, l’unica cosa fluida è il lavoro. Tutta colpa della concertazione”.

La concertazione? Non è stata una grande conquista sindacale, il salto in avanti che permetteva al mondo del lavoro di assumere come punto di vista l’interesse generale?
“L’unico punto di vista che conta, sindacalmente parlando, è il conflitto tra chi lavora e chi paga il lavoro. E’ la lotta di classe. Solo quella porta più democrazia e più diritti nei luoghi di lavoro”.

Ma se ognuno pensa a difendere solo i propri interessi di categoria, non si rischia l’anarchia corporativa?
“Vent’anni fa la grande accusa al mondo del lavoro era di volere l’appiattimento salariale, l’egualitarismo che mortifica le singole categorie. Oggi le categorie vengono retribuite quando sono utili, liquidate quando smettono di esserlo. Logico che ci si difenda per categoria. Ma non credo proprio che non esista un filo rosso tra le varie lotte. Il filo rosso sono i diritti, è la dignità del lavoro”.

Dicono però che l’arcipelago dei lavoratori a posto fisso, rispetto all’oceano dei precari, sia molto meglio garantito…
“Adesso le dico quanto siamo garantiti. Il salario medio è 1100 euro al mese, quattordici mensilità, l’orario di lavoro è in genere di 35-36 ore nelle aziende pubbliche e di 40 in quelle private. Per dire che bell’affare sia la privatizzazione, per chi lavora. Nessun riconoscimento di attività usurante, non riconosciute le malattie professionali, che pure ci sono. Siamo la categoria con la percentuale più alta di divorzi e separazioni, in assoluto: vorrà pur dire qualcosa. Quanto a me, sono così garantito che avrei dovuto andare in pensione nel 2004, avendo cominciato a lavorare a 14 anni. Con la riforma Dini, andrò in pensione nel 2007. Con la Maroni, meglio ancora: nel 2008″.

Diciamo, allora, che un’eventuale partita tra precari e salariati è la classica guerra tra poveri…
“Diciamo che, con la riforma Biagi, il lavoro flessibile diventa un incubo, spacciato per un’opportunità…”

Il professor Biagi è stato ammazzato dalle Brigate Rosse. Questo è un problema, per lei, quando discute della sua riforma?
“Questo è il problema dei problemi. Il terrorismo è una follia, usarlo contro le lotte sindacali pure. Il modo più spiccio per criminalizzare il dissenso”.

E se il dissenso dovesse criminalizzarsi?
“Non credo che avverrà”.

Non crede, oppure lo spera soltanto?
“Non credo. Il terrorismo poté radicarsi, nell’Italia di allora, perché c’era una forte base ideologica che lo animava. Oggi l’ideologia non c’è più, nel bene e nel male, e quello che vedo, piuttosto, è un clima argentino, da assalto ai forni. La condizioni dei salariati stanno peggiorando con una rapidità impressionante, ci sono problemi di bilancio mensile, altro che estremismo.”

Se lei fosse segretario della Cgil, a quale obiettivo punterebbe?
“(Ride)… segretario della Cgil… Non mi ci vedo…. Comunque come prima cosa cercherei di reintrodurre la scala mobile. L’erosione del salario è cominciata da lì”.

Ma un referendum ha bocciato questa sua idea. Come si fa?
“La gente era male informata. L’hanno imbrogliata dicendo che la scala mobile innescava l’inflazione, ma era una balla. Era l’inflazione a innescare la protezione del salario. Come si vede adesso, senza scala mobile l’inflazione mette in ginocchio le fasce più deboli”.

Quanto peso hanno, tra gli autoferro, i sindacati di base come il suo?
“Circa il dieci per cento della categoria, forse qualcosa in più. Ma in questi giorni, se siamo diventati i protagonisti della lotta, è perché moltissimi iscritti a Cgil Cisl e Uil sono venuti dalla nostra parte. E non poteva essere diversamente: le cifre parlano chiaro, le cifre mica sono concertabili”.

Come andrà a finire il referendum sugli accordi appena firmati a Roma?
“Credo proprio che gli accordi non passeranno”.

E dunque? E poi?
“E dunque, non so. Si vedrà. Io continuerò a fare il sindacalista. Non ho paura del conflitto, il conflitto è il sale della democrazia e dei diritti”.

Fuori, Bologna stiracchia fino a sera il suo lunedì nero, in realtà un lunedì grigio, appena più trafficato del normale, magari un po’ più ansioso, con i pensionati che hanno aspettato inutilmente, in mattinata, mugugnando sotto le pensiline. La tangenziale, verso Casalecchio, è ingolfata di macchine che tornano cariche dall’ipermercato di Berlusconi e dall’Ikea, un ingorgo consueto, da pancia piena, che non ha parentela alcuna con la paralisi da sciopero selvaggio.

Se il sindacalista di base Italo Quartu ha ragione, se vede giusto, prima o poi questo genere di ingorghi da benessere potrebbe diradarsi, perché il bilancio familiare di moltissimi italiani non suggerisce più di spingersi nella Babilonia scaffalata degli ipermercati. Questo lo sa bene anche il sindacato grande, quello che che concerta e che cerca di chiudere i contratti. E che deve prepararsi, qui e ora, a un clima sociale molto duro, che se non si chiama più lotta di classe, si chiama però conti che non tornano più.

(23 dicembre 2003)

Riferimenti: http://www.repubblica.it/index.html

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7 Dicembre 2003 Commenti chiusi

Vietnam: dov?è finita la libertà di parola?

Amnesty International accusa il governo del Vietnam di violare la libertà d?espressione dei cittadini vietnamiti nascondendosi dietro le leggi in materia di sicurezza nazionale. In un paese in cui circa 2,5 milioni di persone utilizzano internet e dove ci sono dai 4000 ai 5000 cybercafè, la rete è divenuta un luogo dove esprimere le proprie opinioni politiche, un mezzo per scambiare informazioni con chi si trova all?estero, una voce per opporsi pacificamente alle ingiustizie o alle scelte di governo. Posta elettronica, forum di discussione e siti internet, confrontando informazioni e proposte, potrebbero fungere da veicolo di una riforma politica pacifica. Purtroppo non la pensa così il governo vietnamita che, servendosi di una legislazione poco chiara in materia di sicurezza nazionale, oltre a bloccare alcuni siti, può rintracciare e seguire le tracce elettroniche degli in ternauti che magari hanno solo inviato una mail in cui esprimevano il proprio pensiero politico. Non solo, i gestori dei cybercafè sono costretti a vietare ai propri avventori la navigazione in determinati siti, accusati di propagare informazioni sovversive. Una legge lacunosa e imprecisa è l?arma grazie a cui il diritto alla libertà d?espressione, di riunione pacifica, d?informazione vengono sistematicamente negati. Se ad essere minacciata è la libertà nel mondo virtuale, le conseguenze sono molto reali. Un semplice appello a delle riforme politiche viene punito con lunghe detenzioni in carcere. Negli ultimi due anni sei dissidenti politici sono stati imprigionati e 4 sono tuttora in attesa di giudizio; l?accusa è quella di aver commesso dei reati legati alla diffusione in rete di punti di vista critici nei confronti della politica vietnamita. Un esempio per tutti: Le Chi Quang, professore d?informatica. Il giovane è stato arrestato n el febbraio 2002 con l?accusa di aver diffuso nella rete degli articoli in cui veniva criticata la politica del governo per ciò che riguarda diritti umani, democrazia e rapporti con l?estero. Nel novembre dello stesso anno è stato condannato a 4 anni di prigione e a 3 di arresti domiciliari. Ad aggravare la situazione di Le Chi Quang concorre anche una malattia renale cronica che è andata peggiorando dopo l?incarcerazione. Amensty International chiede la liberazione di tutti i detenuti per questo tipo di reato e la cancellazione delle restrizioni alla libertà d?espressione. Tutti possono sostenere quest?iniziativa inviando al Primo Ministro vietnamita la lettera che si trova all?indirizzo: http://web.amnesty.org/pages/vnm-261103-action-eng

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