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Archivio Marzo 2004

Premier più forte

29 Marzo 2004 5 commenti

Ho trovato due articoli interessanti ma intanto come dice il Generale Bonaparte Vive la France! Vive la Republique!

Il primo articolo l’ho trovato sul corriere della sera “più potere alle regioni”. Le regioni potranno legiferare sull’assistenza sanitaria, sulla polizia e sulla scuola. Naturalmente il presidente Pera ha dichiarato (avrei voluto vedere che dicesse il contrario) che tutto questo rafforzerà le regioni. Questa è solo una dichiarazione politica perchè le regioni avranno sì più potere ma questo sarà vantaggioso solo per le regioni più ricche. La camera manterrà la sua valenza politica mentre il senato avrà più rapporti immediati con la regione ma con la metà dei senatori. Ma ecco i due articoli ……sempre che il governo non cada, il chè mi farebbe molto piacere!!
Roberto

corriere della sera
Più poteri al premier e Senato federale Alle Regioni istruzione, sanità e polizia

La riforma fa crescere il ruolo degli enti locali e mette fine al bicameralismo perfetto

ROMA – (L. Fu.) L?aspetto più rilevante di questa complessa riforma che ha tenuto impegnata l?Aula del Senato per oltre due mesi, come ha puntualizzato il presidente Marcello Pera, è il rafforzamento delle Regioni. Attraverso la devoluzione possono legiferare in via esclusiva su tre materie (assistenza e gestione sanitaria, organizzazione scolastica, polizia locale). E a ciò fa da contrappunto il rafforzamento del premier. Il tutto, però, avviene in un quadro istituzionale nel quale si supera il cosiddetto «bicameralismo perfetto». La Camera dei deputati resterà la Camera politica, mentre il Senato si trasformerà in Senato federale: avrà, insomma, un rapporto più diretto con il territorio sia per le modalità di elezione, contestuali con quelle dei consigli regionali, sia perché si occuperà delle leggi che riguardano le materie su cui Stato e Regioni hanno competenze comuni. Non solo. I parlamentari diminuiranno di numero: 412 i deputati e 206 i senatori. Il premier, designato dagli elettori, nomina e revoca i ministri e può anche chiedere lo scioglimento della Camera. Quest?ultima prerogativa è oggi del presidente della Repubblica, il quale, nel progetto appena votato, cambierà ruolo. Cederà alcuni poteri ma ne acquisterà altri. Potrà nominare i presidenti delle authority di garanzia, designare il vicepresidente del Csm del quale resta presidente e concedere la grazia senza la controfirma del Guardasigilli. Perde invece il potere di nomina del capo del governo e quello di autorizzare la presentazione dei disegni di legge del governo.
Adesso il testo della riforma passa alla Camera. L?iter parlamentare per la sua definitiva approvazione è complesso poiché si tratta di una legge costituzionale. Servono infatti quattro letture, due per ogni ramo del Parlamento. Terminata questa procedura la riforma sarà sottoposta a un referendum confermativo, le cui regole cambieranno dato che è stato introdotto il quorum, ora non previsto. Una volta approvata definitivamente, la riforma entrerà in vigore nel 2006 con la prossima legislatura, ma andrà a regime in quella successiva con il «taglio» dei parlamentari.

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Il Presidente

27 Marzo 2004 5 commenti


Il Presidente Ciampi per l?Iraq si auspica una nuova risoluzione dell?ONU.
Il Presidente Ciampi ha detto che in base alla risoluzione dell?ONU numero 1511 la strada è libera ma ci si deve impegnare di più. Ecco il testo della risoluzione Onu, la numero 1511 sull’Iraq. Il Presidente Ciampi come un Buon Padre di famiglia a invitato i giornalisti a rileggere bene questa risoluzione e a trasmetterla alla gente in maniera corretta. Il presidente Ciampi si sofferma anche sulla questione delle libere elezioni in Iraq e rammenta che per averle veramente libere bisognerà aspettare ancora perchè c’è ancora molta stada da percorrere.
Il presidente Ciampi si è soffermato anche alla lotta contro il terrorismo e ha ricordato, come ha fatto spesso, che prima di tutto bisogna risolvere la questione in Medio Oriente e ?guarda a caso? ha detto che l?uccisione del leader Yassin è un brutto e grave episodio. Violenza chiama violenza ha ripetuto più volte il Presidente Ciampi.
Finisco con un pensiero di Gandhi “Qualsiasi persona, uomo o donna, può ottenere i miei stessi risultati se solo compirà lo stesso sforzo e coltiverà la stessa speranza e la stessa fede’”

post da leggere einvece

Riferimenti: http://www.francescodebenedetto.it/ghandi.htm

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Elena

24 Marzo 2004 4 commenti

Ciao Elena è vero, ha ragione tua Madre nel dire che l’erba cattiva non muore mai, perchè l’erba cattiva è difficile da estirpare e si vorrebbe non tornasse mai, ma l’erba buona è un’altra cosa…è profumata e si desidera che torni.

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VITA

22 Marzo 2004 7 commenti

VITA
Uno studio dell’ONU rivela l’impatto ambientale della produzione di pc: un vero disastro.
Secondo lo studio, la costruzione di un pc standard corredato di un normale monitor 17 pollici richiede almeno 240 kg di carburante fossile, 22 kg di vari elementi chimici e 1500 kg di acqua: in termini di peso, il totale di questi materiali equivale a un’utilitaria. Non pensate di lavarvi la coscienza avviando il vecchio computer al riciclaggio: soltanto il mercato di seconda mano, prolungando la vita del pc, rende possibile ammortizzare l’impatto ambientale. Non dimenticatelo!

http://www.it-environment.org/

Servizio di Newsletter a cura di www.supereva.it
Riferimenti: http://www.it-environment.org/

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Un sogno in ospedale

18 Marzo 2004 3 commenti

http://www.corriere.it/

Milano, due bambine allIstituto dei tumori collegate con i genitori a casa grazie al progetto di una associazione

Un sogno in ospedale, la webcam per le piccole pazienti

QUERZE A PAGINA 53

MILANO – Il sorriso di Laura. Undici anni appena e quel brutto male. La gioia di Anna. Che ha solo cinque anni e quel destino così cattivo. Stanno nei loro lettini allIstituto dei tumori. Reparto pediatria che spezza il cuore. Le cure quotidiane che danno speranze. E da qualche giorno, dei marchingegni strani che sembrano computer e invece sono televisori. O magari è viceversa, ma poco importa. Anche quegli strani occhi magici che non hanno niente a che fare con le terapie di sempre. Ma chissà come e chissà perché, già hanno regalato qualche beneficio a Laura e ad Anna. Che da un po di giorni sono in contatto continuo con i genitori e i fratellini. Che possono vedere quel che succede a casa e possono fare tutte le loro solite domande. Che a momenti si dimenticano quasi di essere due piccole malatine. Perché allIstituto di via Venezian sono entrate in funzione sei postazioni di computer che collegano i piccoli pazienti con le famiglie, con gli amici e un domani anche con le loro scuole. Tanto di webcam e di microfoni. Laura e Anna che ci hanno messo un niente, a imparare luso di quei tasti e di quei bottoni. Da un progetto dellassociazione «Missione sogni» con il sostegno di Telecom Progetto Italia, che fornisce gratuitamente la strumentazione alle famiglie bisognose durante il periodo di cura dei figli. E se Laura e Anna sono strafelici di quel loro nuovo giocattolone, soddisfatta si dice pure la professoressa Franca Fossati Bellani, che è primario del reparto. Perché i bambini sentendosi più vicini alla famiglia sono più sereni. Perché possono vivere la terapia con meno ansia, condividendola con genitori e amici. Anche se è strano pensare addirittura al computer e alla webcam, in un momento che vede la sanità italiana sofferente per le risorse. La professoressa che accetta e che ringrazia. Ci mancherebbe altro. Con un pensiero fisso che però non riesce a scacciare. Perché a lei sarebbe servita di più una bella tempra di infermiere ben navigato. Ma questa è unaltra storia e altri sono i destinatari del messaggio. Anche perché non si può fare i difficili guardando il sorriso di Laura e la gioia di Anna.
I primi passi sulla tastiera. Grazie agli insegnanti di informatica messi a disposizione dallassessorato comunale allinfanzia. Le prime sbirciate quasi furtive oltre lo schermo. Grazie a una tecnologia che a quelletà sa tanto di fiaba. Le prime parole timidamente sussurrate. Ciao… Come state… Io sto bene… E la nonna…
Laura e Anna fra un paio di giorni andranno a casa. Perché questo loro periodo di cure è agli sgoccioli. Ma fra un po di tempo dovranno tornare. Perché la loro speranza passa dallIstituto dei tumori. E di sicuro lo faranno con un pizzico in più di allegria. Perché cera una volta un computer che sembrava un televisore.

Carlo Lovati

Corriere della sera
Lombardia

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"Cinque mesi per fare una Tac così si favoriscono i privati"

17 Marzo 2004 8 commenti

Tratto da “la repubblica”
MARTEDÌ, 16 MARZO 2004

Pagina 22 – Cronaca

LE DENUNCE

Il Codacons: chiederemo la chiusura degli ospedali con liste d´attesa troppo lunghe

“Cinque mesi per fare una Tac così si favoriscono i privati”

Ormai la situazione della sanità pubblica è particolarmente drammatica al Sud
Bisogna aspettare anche un anno per l´impianto o il cambio di una protesi

GIANLUCA MONASTRA

ROMA – L´Italia che attende un esame resta appesa all´incertezza per mesi, indebolita dal logorio psicologico del dolore da sopportare e dalla paura che le condizioni possano nel frattempo peggiorare. Situazione drammatica al Sud, nettamente migliore al Centro Nord dove però in alcuni ospedali i tempi si allungano come in Sicilia, Campania, Calabria. Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva (Tdm) e Codacons sorvegliano ospedali e prestazioni, e i loro dati disegnano i contorni di un sistema sofferente. Da un dossier del Tdm è partita l´inchiesta di Roma, e presto un monitoraggio del Codacons potrebbe aprire le porte ad altre indagini. «Chiederemo la chiusura degli ospedali dove le attese sono troppo lunghe e si favorisce il passaggio al privato», dice il presidente del Codacons, Carlo Rienzi. Il piano dell´associazione è pronto. «Stiamo raccogliendo cifre e informazioni – spiega Rienzi – sulle strutture di una decina di città italiane. Per quegli ospedali dove non si raggiunge uno standard sufficiente chiederemo la chiusura. Perché gli ospedali dove le attese sono troppo lunghe diventano il serbatoio dei privati e allora ci vogliono provvedimenti rigorosi. Chiederemo anche la creazione di una nuova ipotesi di reato, l´abuso sanitario, per punire chi non fa funzionare il pubblico per favorire il passaggio alle proprie cliniche private». A spingere l´acceleratore sulla campagna del Codacons, che presenterà alla prossime europee una lista dei consumatori, sono i numeri raccolti finora: da 3 a 5 mesi per una Tac, da 10 a 15 giorni per un elettrocardiogramma, da 40 a 60 giorni per un´ecografia, da 50 a 60 per una mammografia.
Al Tdm invece nel 2003 su 26 mila segnalazioni ricevute il 12,5% hanno riguardato l´accesso a prestazioni ambulatoriali e ospedaliere o la mancanza di servizi. Mesi di attesa sono segnalati per ottenere la prima visita, ma anche per passare dalla prenotazione della prima visita all´intervento. Ci vuole da 8 mesi a un anno per l´impianto o la sostituzione di una protesi, da 4 a 9 mesi per un intervento di cataratta. Preoccupazioni arrivano anche dall´area oncologica per le quali il Tdm ha ricevuto segnalazioni anche in presenza di diagnosi certa.
E poi gli altri esempi. Nel 40% delle segnalazioni servono più di 60 giorni per eseguire un´ecografia addominale, termine considerato dalla gran parte delle regioni come tempo di attesa massimo per le prestazioni diagnostiche. Per l´ecografia mammaria il 60% delle strutture monitorate non assicura una risposta entro 45 giorni. Nel 33% dei casi è difficile ottenere una Tac fuori dal ricovero prima di un paio di mesi.
Tempi lunghi e poca trasparenza. «I cittadini che si sono rivolti a noi – dicono al tribunale per i diritti del malato – lamentano la gestione poco trasparente delle liste di attesa. Raramente al paziente vengono fornite informazioni sul posto occupato e sul lasso di tempo presunto entro il quale verrà chiamato per l´intervento». Succede poi che chi fornisce informazioni alluda senza giri di parole alla possibilità di ottenere lo stesso intervento nello stesso ospedale in tempi brevissimi, ma pagandolo. «Un´informazione che il cittadino percepisce come volta ad orientalo alla prestazione privata», denuncia il Tdm.

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Auguri Onorevole Bossi, guarisca presto.

13 Marzo 2004 4 commenti

Auguri Onorevole Bossi la malattia purtroppo colpisce le persone comuni e non ma non per questo non meritano solidarietà e conforto.
Auguri onorevole guarisca presto.
Un abbraccio Roberto

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L’Eta: non siamo stati noi.

13 Marzo 2004 5 commenti


http://www.unita.it/index.asp?topic_tipo=&topic_id=33700

12.03.2004
L’Eta: non siamo stati noi. Il governo agli ambasciatori: dite che sono stati i baschi
di Gianni Marsilli

LEta ha parlato. Una telefonata ieri pomeriggio al giornale «Gara», destinatario abituale dei messaggi del gruppo terroristico basco: «Non abbiamo alcuna responsabilità negli attentati di ieri». Una telefonata di questo tipo non è oro colato, ma da decenni si tende a dargli credito. Ha parlato anche il primo esame di una bomba trovata inesplosa giovedì tra i sedili di uno dei treni saltati in aria. Ha detto il ministro degli Interni Angel Acebes che quella perizia «ha aperto nuove piste». Quella bomba stava in uno zainetto, ed era collegata ad un telefono cellulare. Fonti ufficiose del ministero degli Interni hanno fatto sapere che quel tipo di esplosivo «non è abituale» per l’Eta. Assomiglia piuttosto a quello usato «da gruppi islamisti». Ieri sera la pista di Al Qaeda prendeva paurosamente quota.

Il governo però nel corso della giornata aveva insistito. Aveva detto Aznar che gli sembra «logico» che sia stata l’Eta. Altrimenti «che cosa voleva questa organizzazione terroristica, quando ha cercato di portare a Madrid 500 chili di esplosivo?». Il premier si riferiva all’intercettazione, un paio di settimane fa nella regione di Cuenta, di un camioncino con quel carico e con due militanti baschi a bordo. Aznar ha ricordato anche l’esplosivo ritrovato la vigilia dello scorso Natale sul treno che va da Burgos a Madrid, e altre occasioni recenti nelle quali i servizi di sicurezza hanno sventato attentati che gli «etarra» stavano preparando. «Logico», quindi, a suo avviso, che il governo privilegi la pista basca.

Si è appreso tra laltro che laltra sera il ministro degli Esteri Ana Palacio ha inviato un messaggio a tutte le ambasciate spagnole nel mondo, dando precise disposizioni al personale diplomatico affinché confermassero che responsabile delle stragi di Madrid era lEta. Lo ha rivelato lagenzia Europa Press, citando frasi della circolare ministeriale. «Tenendo presenti gli sforzi di alcune forze politiche per cercare di seminare la confusione sulla reponsabilità degli attentati di Madrid», è necessario che gli ambasciatori ricordino le dichiarazioni del ministro degli Interni Angel Acebes secondo cui gli autori appartengono allEta. Gli ambasciatori, proseguiva la nota «devono aprofittare delle occasioni che si possono presentare per confermare la responsabilità dellEta, aiutando così a dissipare ogni tipo di dubbio che certi settori politici possono cercare di diffondere».

Rodriguez Zapatero, il candidato socialista alla presidenza del governo e sfidante del delfino di Aznar Mariano Rajoy, ieri non appariva così convinto della pista basca. Ma Zapatero non poteva dirlo «apertis verbis». Il capo dell’opposizione ieri era obbligato ad invocare «unità e fermezza» del paese e delle forze politiche: come nutrire una qualsiasi riserva in vista della grande manifestazione convocata da Aznar per le sette di ieri sera? È stato così che Zapatero ieri alle 13 ha voluto un breve incontro con i giornalisti, nel corso del quale è apparso doverosamente sobrio nei propositi. Oltre all’appello unitario, ha rivolto al governo una richiesta di «diligenza e trasparenza» nel fornire informazioni sull’iter delle indagini: era certo una critica per come l’esecutivo aveva distillato le notizie il giorno prima, quand’era arrivato soltanto a sera tarda ad ammettere vagamente la possibilità che non dell’Eta si trattasse, ma di qualche gruppo islamico. Ma era, quella di Zapatero, una critica necessariamente indiretta. Non aveva gli strumenti per dire «il governo ha mentito», e non voleva né poteva introdurre un elemento di grave divisione nello spirito pubblico nazionale. Ragion per cui, «non voglio commentare in questo momento la sequenza dell’informazione».

Di questa «sequenza» ha parlato però, per quanto «off the records», uno dei più stretti collaboratori di Zapatero. Ai socialisti non va giù che il ministro degli Interni giovedì sapesse già alle 12, quattro ore dopo gli attentati, che in una strada di Alcala de Henares, a trenta chilometri da Madrid proprio da dove partivano i treni colpiti, fosse stato trovato un furgoncino rubato in un quartiere abitato in prevalenza da immigrati arabi. Che dentro questo furgoncino fossero stati trovati dapprima dei detonatori e subito dopo delle cassette con dei versi del Corano. E che appena alle sette e mezzo della sera se ne desse notizia. Ai socialisti non piace neanche che ancora ieri vi fosse molta nebbia attorno al cadavere di un marocchino trovato su uno dei treni, nebbia che può far pensare all’esistenza di almeno un kamikaze, figura di terrorista che la tradizione dell’Eta non contempla. Fanno anche notare che la geometria simbolica dell’attentato non può non far pensare a quella delle Twin Towers. In quel caso furono tre aerei, in questo tre treni: in ambedue i casi convergevano su obiettivi popolosi in ore di punta.

Fanno notare anche che i treni, qualora fossero esplosi qualche minuto più tardi, cioè all’interno delle stazioni, avrebbero provocato una strage di dimensioni ancora maggiori, tale da essere assimilata a quella di New York. Hanno informazioni precise, al Psoe? «Nessuna informazione al di là di quelle fornite al pubblico». Anche loro, come Aznar, fanno deduzioni «logiche». Ma giungono a conclusioni opposte. In Calle Ferraz, sede del partito, allo choc dell’orrore terroristico si è aggiunta la frustrazione dell’appuntamento elettorale mancato di domani. Mancato nel senso che – dicono a mezza bocca – gli ultimissimi sondaggi avevano visto una rimonta «spettacolare» di Zapatero, e persino un suo sorpasso di mezzo punto o di un punto sul suo avversario. Insomma i socialisti masticano amaro, molto amaro. Ma ogni considerazione di carattere partigiano o peggio, elettoralistico, sarebbe un insulto al lutto nazionale.

Non c’è dubbio alcuno che ai popolari faccia molto comodo una firma basca sotto quelle bombe (Aznar si è costruito una solida immagine di «primo nemico» dell’Eta, che ha anche tentato di ammazzarlo). E che, specularmente, i socialisti non digeriscano tanta precipitosa attribuzione di responsabilità. Sia per una sospetta strumentalità preelettorale, sia perché se fosse stata Al Qaeda, parecchia gente, domenica nell’urna, potrebbe ricordarsi che Aznar ha portato il paese nell’avventura irachena contro il 90% dell’opinione pubblica. Sono in molti inoltre a ricordare la presenza dell’estremismo islamico nel paese. Il giudice Baltasar Garzon ha incolpato 33 persone per «appartenenza all’organizzazione terroristica Al Qaeda», e tra queste Osama Bin Laden.

Il quale era indagato in Spagna già nel 1996. In Spagna soggiornò, dal 7 al 19 luglio del 2001, Mohammad Atta, il capo dei pirati dell’aria che dirottarono gli aerei sulle Twin Towers. In Spagna è stato rimpatriato il 13 febbraio scorso Hamed Abderrahman Ahmed dopo oltre due anni di detenzione a Guantanamo. Ricoverato in un primo tempo all’ospedale, è stato lo stesso giudice Garzon ad associarlo alle carceri nazionali. In tutto, dall’11 settembre del 2001, gli arresti nell’ambito dell’estremismo islamico sono stati 63: un numero considerevole, che fa pensare all’esistenza di una rete robusta e diffusa.

Rivendicazione oe meno, negli Usa sono convinti che ci sia la firma di Al Qaeda di Bruno Marolo

Madrid, è il giorno della mobilitazione. Trovata un’altra bomba inesplosa

http://www.unita.it/index.asp?topic_tipo=&topic_id=33667

Riferimenti: http://www.unita.it/index.asp?topic_tipo=&topic_id=3369

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11 marzo

12 Marzo 2004 2 commenti

tratto da “http://www.ilmanifesto.it/oggi/

11 marzo
Strage sui treni dei pendolari a Madrid, dieci ordigni esplodono alle stazioni di Atocha, El Pozo e Santa Eugenia. E’ un massacro, 192 morti e 1400 feriti. Sospesa la campagna elettorale. Il governo accusa l’Eta, i baschi negano. A un giornale arabo a Londra giunge una rivendicazione di Al Qaeda: «Aznar, dov’è l’America? Chi vi proteggerà – Gran Bretagna, Giappone, Italia e gli altri – da noi?»
ALBERTO D’ARGENZIO
MADRID
Atocha sembra una rotonda senz’anima. La stazione transennata, i curiosi da una parte, i giornalisti dall’altra, un traffico che poche ore dopo gli attentati ritorna già normale. Madrid d’incanto si svuota di macchine e persone mentre si riempie dell’incedere mesto delle autobare nere, delle furgonette marroni dei servizi funerari o dello sfrecciare della ambulanze, delle auto della polizia e dei mezzi dei pompieri. Ma non c’è molta gente per strada. «Hanno paura» spiega Jorge, «sono usciti a Siviglia e Zaragozza ma qui hanno paura». Invece prima, dalle 8 di mattina, con le esplosioni era calato il disordine su Madrid, chiusi i treni locali, collassata la metro, collassate le reti dei telefoni cellulari. In pochissime ore si passa dal delirio, alla commozione silenziosa, privata. E intanto mancano 3 giorni alle elezioni. Tutti fanno il nome di Eta, il giudizio è già stato fatto e la condanna emessa, ma i dubbi crescono con le ore. Si inizierà a parlare di pista islamica, si intrufula il nome di Al Qaeda. n giro solo facce immensamente tristi, più di una donna piange mentre cammina. «Mi ha chiamato mio cognata», «me l’ha urlato la vicina dalle scale: vai alla televisione», si dicono animatamente due donne di mezza età.
192 morti, 1.400 feriti. La stazione di Atocha sventrata, un convoglio di vagoni è ridotto a sei contenitori di cadaveri. Gli scampati cercano i superstiti. Per i feriti è la corsa tra gli ospedali collassati. Madrid si veglia incredula, smarrita. Poi in molti iniziano a munirsi di radioline. E’ il segno di una città che s’interroga sul dramma e non s’accontenta delle versioni del governo
ALBERTO D’ARGENZIO
MADRID
Inizia l’operazione di definizione dell’istante in cui si è saputo, in cui ogni madrileño si è svegliato dal sogno ed ha preso coscienza dell’incubo. Come l’11 settembre, l’11 marzo segna un prima ed un dopo, ognuno deve ricordare, deve sapere dove cavolo si trovava, cosa stava facendo. Questo per gli scampati, per chi non ha parenti o amici tra le 192 vittime e 6 contenitori di resti organici conteggiate ieri sera alle 22.00. Per gli altri è la corsa tra gli ospedali di Madrid collassati di feriti. Un viaggio della speranza che si conclude per i meno fortunati alla Fiera della capitale spagnola, riadattata in immensa camera ardente. Dall’altro lato della città Atocha offre ai curiosi solo lo spettacolo lontano di un treno sventrato da due valigie, «di 10-13 chili di esplosivi», si affretta di precisare una giornalista della radio Onda Cero. Il treno è fermo a 300 metri dalle pensiline, vi lavorano fino a tardi gruppi di pompieri, medici e volontari della protezione civile. Estraggono, corpi e resti, portano i feriti e i cadaveri all’interno della stazione. Ai cronisti non resta che animarsi quando un autobara viene riempita e parte, l’unico e l’ultimo capitolo del processo di estrazione concesso dal cordone dei poliziotti. «Sono 29» conteggia una ragazza seduta a terra, «no 30», la corregge la vicina. Fermo un taxi, il conducente non parla, come gli altri che prenderò. Un fenomeno rarissimo da queste parti. Vorrei andare fino alla stazione del Pozo del Tio Raimundo, le radio parlano di oltre 70 morti. Quattro bombe, una per vagone per un treno che passa in uno dei quartieri più poveri di Madrid, tra Entrevias e Vallejas. Zona storica di operai, più recentemente rifugio di immigrati per scappare dagli affitti sempre più impossibili. Ma qua non si può arrivare. Ripieghiamo su calle Tellez, qui all’altezza del numero 30 è saltato un altro treno. Nel disegno criminale doveva esplodere mentre entrava nella stazione, dilaniarsi con l’altro, amplificare il danno. Un ritardo di due minuti ha spostato la tragedia di un migliaio di metri. E i treni locali spagnoli e soprattutto quelli di Madrid sono tra i più puntuali d’Europa. I binari che provengono da est, da Alcalá de Henares, sono coperti da una fila di palazzi, di residence eleganti con piscina. Basta dribblare un poliziotto e si finisce dritti in un ufficio che dà sulla massicciata.

Un vagone aperto come una scatola di sardine, due sventrati nel mezzo, 3 senza bombe, un altro sventrato. Intorno è tutto un brulicare di soccoritori, tute rosse e gialle, bottiglie d’acqua sul muretto, barelle che passano di mano in mano, esce una carrozzina per bambini, chi la estrae sviene. Nell’ufficio a lato, sono 50 metri dai binari, è volato come un proiettile un pezzo di treno, «la segretaria stava dall’altra parte», dicono con un sospiro. In questo lembo di Madrid si contano oltre 70 morti. Il quarto attentato alla stazione di Santa Eugenia, un po’ fuori la città verso est, verso Valencia. «Tutti i treni venivano e passavono per quartieri popolari. È assurdo, ci rimettono sempre i più deboli» sbotta Jorge, uno di Atocha.

Madrid si è svegliata incredula, smarrita, cittadini che chiedono informazioni, poi in molti iniziano a munirsi di radioline, sembra di essere finiti in un’altra epoca, quella della domenica senza paytv, del rito del calcio all’orecchio. Invece è il segno di una città che vuole individuare i confini sempre crescenti di un dramma e che parallelamente inizia a indignarsi, ad arrabbiarsi. Ed a reagire. Ma la radio, valvola di sfogo per cittadini comuni, opinionsti e politici, diventa la cartina al tornasole di un malessere profondo e pericoloso. Per tutti è stata l’Eta, anche per strada qualcuno lo grida: «Assassini, bastardi». Nel primo pomeriggio escono le edizioni straordinarie di tutti i maggiori quotidiani. Su El País il titolo è chiaro: «Strage dell’Eta a Madrid» e sotto l’editoriale 11-M, la definizione del parallelo don New York. Gli altri a ruota. In mattinata Arnaldo Otegi, leader dell’illegalizzata Batasuna, il bracciopolitico della banda armata, insinua il dubbio islamico. Alle 15.30 il ministero degli interni scommette invece con decisione su Eta, la notizia rimbalza. Il ministro Acebes cambierà in parte idea in tarda serata ma intanto sull’etere delle radio e nelle vie della capitale la responsabilità è chiara. Come il corollario politico: Eta ammazza, Carod Rovira leader del partito catalinista Erc ha parlato con Eta per pattare un tregua esclusiva per la Catalugna, i socialisti del Psoe governano in Catalugna con Erc….Tutti sulla stessa barca.

Il governo di Aznar, ai suoi ultimi giorni, indice per oggi alle 19.00 una manifestazine in tutte le città di Spagna sotto le consegne: «Per le vittime, la Costituzione e contro il terrorismo». Per la Costituzione vuole dire per l’unità di Spagna, un mezzo schiaffo agli altri partiti. Più chiari nel teorema sulla radio nazionale e su radio cope, vicino alla chiesa, lo dicono con toni duri i cittadini ma anche gli opinionisti: «Il Psoe non può governare in Catalugna con Erc, sennò è complice». C’è anche chi parla di pena di morte per i terroristi, ma c’è anche chi prova a ragionare. A Lavapies, quartiere multirazziale che finisce ad Atocha, Jesus Martín non ha dubbi. «L’11 settembre ci ha tolto diritti ed è successo negli stati uniti, l’11 marzo ce lo abbiamo in casa. Eta fa la campagna elettorale al Partito popolare, entrambi vogliono radicalizzare il conflitto. Se va avanti così c’è il rischio che illegalizzino tutti. Ieri Batasuna, domani Erc, poi chissà Izquierda unida ed il Psoe». Questo è uno dei rischi. Per altri il rischio è quello di abbassare la guardia. Nel tardo pomeriggio il centro di Madrid, Plaza de Puerta del Sol, si riempie di una manifestazione spontanea. Il palazzo del comune è bardato a lutto con una striscia rossa, giallo, rossa sormontata dal simbolo dei morti dell’Eta, il ciuffo nero.

In piazza ci sono i seguaci di «Basta Ya», piattaforma contro il terrorismo sulle posizioni di Aznar, ma ci sono anche tanti cittadini stanchi. Pedro ha 44 anni, anarchista fino ai 36, fino all’altro ieri delegato sindacale, oggi è semplicemente arrabbiato: «Ne ho i coglioni pieni, non ho mai votato ma adesso vado a votare per la prima volta e voto Pp, con lo stomaco rivoltato ma voterò Pp. Sono un libertario perchè sempre difendo le idee maledette, per questo oggi difendo l’idea di Spagna». A mezzo metro un ragazzo muove una bandiera di Spagna, «Sono costituzionalista e monarchico», Pedro si scalda, «questi fascisti non li sopporto, ma ormai voto a chi odio meno, e adesso odio meno al Pp e più ai nazionalisti». Sei ragazzi reggono cartelli con la scritta «Dialogo», qualcuno li offende, Rodrigo, studente di sociologia di 20 anni, non fa una piega, «è la democrazia». Poi aggiunge, «Mi puzza, non dobbiamno essere ingenui, in Usa si sono svegliati con la notizia che era stata Al Qaeda, sembra fantascienza, è più facile pensare all’Eta, fa più comodo».

Sono le 20.47. Pochi minuti dopo, sempre la radio, il ministro degli interni Acebes inizia a indicare le prove che non scartano la via islamica: una cassetta con versi del Corano trovata in una furgonetta ad Alcalá de Henares. La fantascienza potrebbe cambiare le carte in tavola. Venti metri più un là, in Puerta del Sol, c’è un autobus per la raccolta di sangue, non fa differenza tra Eta e Al Qaeda. «Ci siamo ogni giorno dell’anno – dice Miguel Calero del centro trasfusioni – ma normalmente vengono 10-15 persone. Ogi arriviamo sicuramente a 180-200». Ci sono tanti stranieri in fila, Jorge dall’Equador, Ana Milena dalla Colombia, Closia dal Brasile…la solidarietà è forte e senza confini. Anche due hotel hanno dato le camere gratis per i parenti delle vittime che vengono da fuori.

Riferimenti: http://www.ilmanifesto.it/oggi/pagina03.htm

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Il serial del Cavaliere

11 Marzo 2004 8 commenti

tratto da repubblica.it
IL COMMENTO
Il serial del Cavaliere
di ILVO DIAMANTI

È COME se, dopo un mese trascorso a rimettere in sesto il fisico, le energie e soprattutto la faccia, il premier avesse deciso di moltiplicarsi. All’infinito. Di riprodurre la propria icona, le proprie parole, i propri messaggi. Dovunque. Alla Domenica sportiva, intervenendo come presidente del Milan. Sempre. A Radio anch’io, con cadenza quasi settimanale. A Porta a Porta, in tivù, con frequenza assidua e regolare. E siamo solo all’inizio. Perché la missione impossibile che Berlusconi intendere compiere, è rilanciare i consensi del governo, della maggioranza. E i suoi personali, in quanto premier. Prima delle prossime elezioni. Una sfida difficile. Come tutti i sondaggi segnalano. Ultimo, nei giorni scorsi l’Ispo di Mannheimer, che, nelle stime di voto, vede la Casa delle Libertà soccombere nettamente. Piegata dalla “sfiducia”, più che dal centrosinistra. La sfiducia, nell’andamento e nel futuro economico. E l’incertezza, che alligna in molte componenti sociali. Fra i più anziani: alimenta l’insoddisfazione verso il servizio sanitario. Nuova domanda di Stato. Fra i lavoratori maturi: diventa indisponibilità a riformare le pensioni. Fra le casalinghe: per il costo della vita. Fra i giovani. Che non riescono a immaginare un futuro migliore a quello dei genitori. La sfiducia. L’incertezza. La di-speranza. Sentimenti insidiosi, per il governo e chi lo guida. Tanto più perché affliggono proprio i settori sociali sui quali il messaggio, la “narrazione” di Berlusconi, in passato, ha esercitato maggiore fascino. I pensionati, le casalinghe, i lavoratori dipendenti. Gli stessi giovani. I piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi. Che attendono, insieme agli altri cittadini, una concreta, percepibile, riduzione del carico fiscale. A questa Italia, il premier, come risposta, ripropone se stesso. Scegliendo i media.

Come in passato. Ma seguendo una strategia sostanzialmente diversa. In precedenza, nel 1994, la televisione e i media erano serviti a Berlusconi per “promuovere” il suo prodotto. Forza Italia e se stesso. Come risposta al vuoto che si era creato al centro e alla destra del sistema partitico, dopo la scomparsa della Dc e degli altri partiti di governo. Nel biennio 1999-2001, invece, egli aveva intercettato l’inquietudine della società, provata da anni di sacrifici, affrontati per rimettere in sesto i conti pubblici ed entrare nella moneta unica. E, anche attraverso i media, aveva tradotto questo sentimento in risentimento: sul tema delle tasse, della criminalità comune. Delineando uno scenario sfavorevole per il centrosinistra, che al tempo governava. Ora ha il problema esattamente opposto. E mira, dunque, all’obiettivo opposto. Decongestionare il clima d’opinione. O, almeno, riconvertire paure e risentimenti “contro” gli avversari. E lo fa da solo. In prima persona. Ancora una volta. Perché la sua compagine, come il centrosinistra nella legislazione precedente, invece di contrastare l’insoddisfazione degli elettori, la alimenta. Accendendo divisioni e conflitti. In ogni occasione. Agisce da solo, Silvio Berlusconi. Attraverso il video e la radio. Il volto e la voce. Perché in questo modo conta di assimilare le diverse facce del suo governo e della sua maggioranza. E conta, inoltre, di semplificare, una volta ancora, la rappresentazione del confronto politico. In modo estremo. Lui contro gli altri. Lui e gli altri. Lui contro i comunisti. Lui e i comunisti. Da solo. Lui e quelli che fanno politica di professione. E quindi rubano. Lui e i comunisti politici di professione; ladri. Per proprietà transitiva. Va in televisione, alla radio, Silvio Berlusconi, scegliendo le trasmissioni il cui pubblico è composto, perlopiù, dal suo elettorato deluso. L’Italia media e periferica, fatta di casalinghe, pensionati, lavoratori autonomi e dipendenti. Quelli che non gli credono più. Per assuefarli nuovamente alla sua immagine. Alla sua voce. E alla “sua” narrazione della realtà. La realtà. Che non è come pensa la gente. Il costo della vita non è cresciuto poi tanto. E se è avvenuto è colpa dell’euro e di Prodi, presidente della commissione europea e leader della coalizione comunista. Le tasse invece sono calate, il Paese è in ripresa, la gente sta meglio. Anche se non se ne accorge. Perché ci sono troppi profeti di sventura, troppe cassandre in giro. Impongono gli occhiali sbagliati. E la gente vede le cose diverse da come sono. Perché sono in troppi ad agitare la società. Sindacalisti, studenti, professori, autotrasportatori, maestri, medici, operai. Berlusconi. Torna in tivù. Casa sua. Per recitare ancora la parte del vincente. Nella vita. Nell’impresa. Nel calcio. In politica. E cerca la fiducia. Per assuefazione. Al volto e la voce.
Impegnato in un dialogo costante. Dove, però, una sola persona parla. E non può, non deve avere contraddittori. Solo comprimari. Non solo perché non sopporterebbe il confronto. (Troppo reattivo e insofferente verso chi ritiene “non all’altezza”; verso chi pretende di trattare con lui alla pari; non avendo la sua storia, il suo passato, il suo presente. Verso tutti, di conseguenza). Ma perché apparirebbe un politico fra gli altri. E come gli altri. Mentre a lui interessa, oggi, parlare in modo diretto, a tutti. Come un amico. Un vicino di casa. Che abita porta a porta. Di più. Uno di famiglia. Aiutato dal meccanismo del serial, della telenovela. La replica infinita, che rende familiare ogni personaggio. E i loro discorsi: diventano senso comune. Così, narrando il serial dell’Italia “più bella di come appare agli italiani”, il premier conta di allentare la morsa del pessimismo. Della sfiducia.

Le due Italie. Quella mediatica. Un feuilleton. E quella reale. Carica di inquietudine e di preoccupazioni. Il gioco è tutto lì. Riallineare, riavvicinare l’Italia reale a quella mediatica. Mentre ora sono lontane. Opposte. La televisione come lifting della realtà. Con un unico chirurgo estetico autorizzato. Perché gli altri, invece di nascondere le rughe della società, potrebbero accentuarle. Magari artificiosamente.

Chissà. Sarà che alle mie rughe ci tengo e le inquietudini mi fanno compagnia. Ma ho la sensazione che la replica infinita di questa fiction sull’Italia felix finisca per danneggiare chi vi recita più degli esclusi.

(11 marzo 2004)
Riferimenti: http://www.repubblica.it/2004/c/sezioni/politica/campag

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