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Tiziano Renzi raccomandò un amico gelataio per ottenere un carretto al centro commerciale The Mall Il Fatto Quotidiano.

26 Marzo 2017 Commenti chiusi

Il padre di Matteo Renzi cercò di raccomandare un suo amico gelataio per fargli ottenere un carretto con i dolci all’interno del centro commerciale The Mall. Lo scrive Il Fatto Quotidiano, che cita le carte dell’inchiesta dei pm fiorentini Von Borries e Turco che indagano sull’ipotesi che Luigi Dagostino (ex socio di Renzi senior e pilota del progetto The Mall) e alcuni suoi partner abbiano frodato il fisco.

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Funeral Party di Marco Travaglio

26 Marzo 2017 Commenti chiusi

Funeral Party
di Marco Travaglio
La scena della Capitale d’Italia deserta, con gli elicotteri delle forze dell’ordine che sorvolano il nulla e i mastodontici blindati dell’Esercito che presidiano il vuoto per proteggere capi di stato e di governo che firmano risme di fogli bianchi citando indegnamente statisti passati che per decenza non dovrebbero neppure nominare, contrariamente agli annunci-auspici dei politicuzzi e dei telegiornaloni, giornaloni e giornalini al seguito sul nuovo certissimo sacco di Roma a opera dei black bloc “populisti”, è il miglior funerale per quest’Europa ridotta a un gigantesco bancomat per soliti noti. I tanto sperati scontri, incidenti, devastazioni e contestazioni dovevano garantire un minimo di attenzione a queste istituzioni vuote e ignote ai più, a questi noti frequentatori di se stessi in cerca di legittimazione, se non dagli amici, almeno dai nemici. E invece, se si eccettuano poche migliaia di manifestanti pacifici di destra e di sinistra che presenziavano alle esequie chiedendo invano un’altra Europa, hanno avuto dal popolo che dovrebbero rappresentare quello che si meritavano: l’assenza e l’indifferenza. Intanto, a Milano, andava in scena un altro paradosso, speculare al primo: Papa Francesco, cioè l’ultimo monarca assoluto d’Europa eletto a vita (salvo dimissioni) da un conclave segreto di cardinali con procedure medievali, faceva il bagno di folla dicendo con la consueta semplicità a milioni di persone quello che tutti pensano e sanno ma nessuno sa come tradurlo in pratica: invece di menarla contro i populismi come se fossero funghi nati per caso qua e là da una misteriosa epidemia di rancori, paure e fake news, le classi dirigenti provino a rileggersi ciò che dicevano i padri fondatori dell’Europa, che non parlavano di alta finanza, ma di democrazia, solidarietà, eguaglianza, partecipazione e libertà dei popoli.

Sublime ironia della storia: il continente che ha inventato la democrazia (e proprio nella nazione che ne è appena uscita) è costretto a prendere lezioni (addirittura di “laicità”) dal sovrano assoluto di uno staterello confessionale. E, almeno stavolta, le oligarchie non hanno nemmeno qualche barbaro a portata di mano per giustificare la propria esistenza in vita. Lo scriveva l’altro giorno, sul Fatto, Barbara Spinelli partendo da un piccolo fatterello di ordinaria impunità all’italiana, il salvataggio di Minzolini: “La mia impressione è che in tutta Europa la classe dirigente politica faccia quadrato attorno alla propria impunità, con la scusa di dover arginare la cosiddetta ondata di populismo da cui si sente minacciata”.

E ancora: “L’accusa di populismo giustifica ogni sorta di malefatta, e in primis la sospensione della democrazia costituzionale e della rule of law. La disinvoltura dei politici che infrangono non solo le leggi ma anche le regole della decenza penalmente non perseguibili –in Francia, in Italia, in Romania– si comprende solo in questo quadro. Se arrivano i barbari tutto è permesso, e ‘questa roba fa impressione ai barbari’. Nella poesia di Kavafis gli antichi senatori romani scoprono alla fine che le orde non sono affatto arrivate e si chiedono, tutti sgomenti: ‘E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?’…”.

Naturalmente la lezione di ieri non insegnerà niente a nessuno: le élite tecnopolitiche, sempre più cieche, sorde e autistiche, continueranno a pensare di legittimarsi non allargando gli spazi di democrazia e partecipazione, ma restringendoli e soffocandoli, senz’accorgersi di ingrossare così le file dei barbari populisti che dicono di combattere. Eppure, se non vogliono dar retta al Papa, potrebbero almeno dare un’occhiata a quel che accade negli Stati Uniti. Lì il barbaro populista per eccellenza, Donald Trump, è andato al potere con gli strumenti della democrazia rappresentativa e la forza d’inerzia della guerra che gli muovevano tutti gli establishment tradizionali. E ora quella democrazia, fondata su una Costituzione vecchia anzi giovane di quasi 230 anni, si sta rivelando il miglior antidoto a un presidente che si crede padrone e vorrebbe comandare anziché governare. The Donald vieta per decreto l’ingresso negli Usa ai cittadini di alcuni paesi islamici, e un giudice gli boccia la legge in nome della Costituzione. Allora lui ripresenta il decreto riveduto e corrotto, e altri due giudici glielo mandano in fumo, sempre facendosi scudo della Costituzione. Lui attacca la stampa, rea di fare il cane da guardia sul (suo) potere, e il watchdog reagisce azzannandogli le caviglie e i polpacci e sbugiardando le sue menzogne (che peraltro non sono una sua invenzione, anche se adesso si chiamano post-verità o fake news). Lui continua a mentire, sostenendo che Obama l’ha fatto spiare, e l’Fbi (tacciata di parzialità filo-Trump in campagna elettorale per le indagini sulle email private di Hillary Clinton, e ora di partigianeria anti-Trump) lo sbugiarda.

Non solo, ma il capo dell’Fbi annuncia al Parlamento che sta indagando sugli appoggi elettorali che gli avrebbe fornito una potenza straniera tutt’altro che raccomandabile, la Russia del suo amico e compare Putin: accusa che, se confermata, potrebbe condurlo all’impeachment. Lui marcia a tappe forzate con la controriforma sanitaria per smantellare, come promesso in campagna elettorale, l’Obamacare. Ma qui entra in scena, dopo la magistratura, l’informazione e l’Fbi, un altro potere di controllo sulla Casa Bianca: il Congresso. I parlamentari dello stesso partito repubblicano (il suo) impongono l’altolà al presidente, costringendolo a battere in ritirata per evitare una trumpata sul naso. Cose che càpitano dove lo Stato liberale di diritto, fondato su una netta divisione dei poteri, è una cosa seria e non uno slogan propagandistico. Nemmeno l’uomo più potente del mondo può fare tutto quel che gli pare, anche se è stato appena eletto dal popolo, perché c’è qualcosa di più importante dell’investitura dal basso e dei capricci di chi sta in alto: la legge. A noi, abituati a sentir sproloquiare lorsignori di “primato della politica” e di lavacro delle urne non appena la Corte costituzionale o la magistratura intervengono a sanzionare leggi illegittime o condotte illegali, sembrerà strano. Ma il primato della politica non esiste, e neppure l’ordalia elettorale. Esiste un solo primato, a cui tutti devono inchinarsi: il primato della legge. È quello, nelle democrazie vere e funzionanti, l’unico argine a tutti gli arbitrii, soprattutto a quelli che piovono dall’alto e non incontrano altri ostacoli. A protezione dei ceti più deboli, cioè del popolo. Il quale popolo, se non vede sanzionati i soprusi dei potenti da una legge uguale per tutti, imbocca le scorciatoie che le oligarchie terrorizzate tentano di esorcizzare agitando il “populismo” e altri spauracchi che non spaventano nessuno.

Per questo, il 4 dicembre, l’abbiamo scampata bella. Rischiavamo, ubriacati dalla propaganda mainstream, di approvare una controriforma costituzionale fatta su misura delle oligarchie morenti per concentrare tutti i poteri in pochissime mani, perlopiù straniere e mai elette da nessuno. Ci dicevano che, così, “chi vince decide”, a mani libere dagli intralci e dagli impacci (i poteri di controllo: la Costituzione, il Parlamento, la Consulta, i territori, i magistrati, la stampa e – tramite questi – il popolo). Cioè comanda. Noi – almeno il 60% dei votanti che ha detto No – non ci siamo lasciati abbindolare. E proprio il caso americano dimostra quanto avessimo ragione: chi vince deve governare, ma non può comandare. Sopra di lui c’è sempre la legge e, se la calpesta, c’è sempre qualcuno che gliene impone il rispetto. In Italia non è purtroppo così (altrimenti, per dire, il pregiudicato interdetto Minzolini non siederebbe in Senato abusivamente da 15 mesi), e lo sarebbe ancor meno se fosse passata la controriforma. Se una riforma urge, è proprio quella opposta alla boiata che abbiamo respinto il 4 dicembre: una riforma che rafforzi i poteri di controllo e allarghi gli spazi di partecipazione popolare. Anche perché, l’abbiamo visto col referendum e rivisto ieri, il popolo ha mille difetti. Ma è sempre un po’ più maturo di chi vorrebbe comandarlo.

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La censura di Stato su Virginia Raggi per i Trattati Europei, è un atto di imbecillità istituzionale, con nomi e cognomi.

26 Marzo 2017 Commenti chiusi

La censura di Stato su Virginia Raggi per i Trattati Europei, è un atto di imbecillità istituzionale, con nomi e cognomi. Primo responsabile, il cerimoniere di stato nominato da Renzi nel 2014, Gennaro Capozza. Secondo responsabile, Monica Maggioni, Presidente della Rai. La firma dei trattati per l’Italia non è solo l’atto fondativo, ma il momento in cui gli italiani rialzano la testa, dopo un decennio di umiliazioni da paese vinto nella seconda guerra mondiale. Ho ripescato per curiosità la foto più diffusa nel 1957. Seduti come scolaretti i capi di stato. Di fronte a loro spianate le telecamere e al centro della scena sulla destra, in piedi, il sindaco di Roma Umberto Tupini in un solenne discorso, che ricorda in parte quello della Raggi. Il discorso di Tupini fu trasmesso in diretta nazionale dalla Radio, con megafoni per le piazze antistanti, ripreso nel telegiornale della sera, ritrasmesso nei cinegiornali della settimana incom durante il weekend. Una copertura MOSTRUOSA per l’epoca. Si poteva scegliere nel 1957 palazzo Chigi o il Quirinale, eppure si volle la sala consiliare per rappresentare la cittadinanza di fronte ai capi di Stato. Il campidoglio era “il colle più sacro del mondo civile dopo il golgota”, si rievocò la grandezza di Roma. Tupini si rivolse ai capi di Stato in seconda plurale come ad investirli, lui il Cittadino di Roma, in rappresentanza del popolo italiano E NON del governo: “VOI saprete vincere le difficoltà”; “VOI non vi farete condizionare”; “VOI onorerete la vostra firma”. E così ha fatto la Raggi esortando nel suo discorso, rievocando i valori delle origini (“dov’è finita l’europa?”) Più che una ricorrenza, un evento ad altissimo impatto simbolico di rivalsa. E cosa abbiamo ottenuto invece? una censura di stato per ridicole rivalse di comari renziane. Con un grigio premier Gentiloni, in una foto anonima che non si distingue dalle centinaia di altre in decine di incontri internazionali. Renziani falliti, che pur di far dispetto a Raggi taglierebbero gli attributi agli Italiani.
Stefano Ragusa

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Mosca, fermato il leader dell’opposizione Alexei Navalny. Tensioni in tutta la Russia. Lui twitta: “Sono fiero di voi” – Foto e video.

26 Marzo 2017 Commenti chiusi

Nuovo fermo per il blogger anti-Putin. Navalny ha chiamato la piazza per denunciare la corruzione. Solo nel centro di Mosca arrivano 8mila persone, manifestazioni anche in altre città. Ma scatta il blitz con 500 di fermi, lui compreso. Venerdì il Cremlino aveva avvertito che le manifestazioni sarebbero state viste come una “provocazione illegale”
di F. Q. | 26 marzo 2017

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Roma, museo della civiltà romana, Planetario e museo astronomico: chiusi da tre anni per lavori mai iniziati.

26 Marzo 2017 Commenti chiusi

Nella Capitale, città simbolo della storia e della cultura, il museo della Civiltà Romana, il Planetario ed il museo Astronomico sono chiusi da oltre tre anni per dei lavori di messa in sicurezza che non sono mai cominciati. “Il paradosso – spiega Federico Siracusa, ex consigliere municipale del Comune di Roma – è che gli interventi da effettuare interessano solamente il museo della Civiltà Romana ma nel 2014 il sovrintendente capitolino per accelerare i lavori ha disposto la chiusura anche degli altri due musei”.

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Bufera sui compensi Rai. Così Alfano salva il soldato Vespa Pubblicato su 26 marzo 2017 da infosannio.

26 Marzo 2017 Commenti chiusi

Da ministro dell’Interno si è sempre trattenuto. Il ruolo imponeva uno stile istituzionale. Ma ora che si occupa degli Affari Esteri, Angelino Alfano può permettersi il lusso, e anche il piacere, di essere meno convenzionale. E così dopo l’ennesimo affondo di Gazebo, il programma di Rai Tre condotto da Diego Bianchi, e l’assalto (in tutti in sensi) subito da parte di Enrico Lucci, conduttore di Nemo su Rai Due e ex Iena di talento a Mediaset, durante l’assise congressuale del suo partito, il leader di Ap ha attaccato frontalmente la Rai, chiedendo senza mezzi termini la testa del direttore generale Antonio Campo Dall’Orto.

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“Funeral Party”: di Marco Travaglio Pubblicato su 26 marzo 2017 da infosannio.

26 Marzo 2017 Commenti chiusi

La scena della Capitale d’Italia deserta, con gli elicotteri delle forze dell’ordine che sorvolano il nulla e i mastodontici blindati dell’Esercito che presidiano il vuoto per proteggere capi di stato e di governo che firmano risme di fogli bianchi citando indegnamente statisti passati che per decenza non dovrebbero neppure nominare, contrariamente agli annunci-auspici dei politicuzzi e dei telegiornaloni, giornaloni e giornalini al seguito sul nuovo certissimo sacco di Roma a opera dei black bloc “populisti”, è il miglior funerale per quest’Europa ridotta a un gigantesco bancomat per soliti noti – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 26 marzo 2017, dal titolo “Funeral Party” –. I tanto sperati scontri, incidenti, devastazioni e contestazioni dovevano garantire un minimo di attenzione a queste istituzioni vuote e ignote ai più, a questi noti frequentatori di se stessi in cerca di legittimazione, se non dagli amici, almeno dai nemici.

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“Io, ex sacerdote malato di Sla, rivendico la scelta di finire la mia vita”.

26 Marzo 2017 Commenti chiusi

Mentre riprende alla Camera il dibattito per la legge sul testamento biologico, il 29 marzo il Senato ospita la proiezione del film “La natura delle cose”, in cui Angelo Santagostino, filosofo ed ex prete costretto dalla malattia a comunicare soltanto grazie a un lettore ottico, ribadisce il valore sacro dell’ascolto e del libero arbitrio.

di Caterina Pasolini, da Repubblica, 22 marzo 2017

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