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Archivio 17 Giugno 2017

DiMartedì – Puntata 13/06/2017.

17 Giugno 2017 Commenti chiusi

Ospiti di Giovanni Floris: Paola Taverna del M5S, Marco Travaglio direttore de Il Fatto Quotidiano, il magistrato Piercamillo Davigo, Matteo Salvini della Lega Nord, il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Raffale Cantone, il direttore del tg4, Mario Giordano, Giuliano Pisapia di Campo Progressista, Maurizio Costanzo, la nutrizionista Debora Rasio, Massimo Giannini editorialista de La Repubblica, Emiliana Alessandrucci del Colap, Elsa Fornero, la prof.ssa Mariagrazia Contini, il giornalista Massimo Franco del Corriere della Sera, Giovanna Melandri presidente Human Foundation , il prof. Marcello Ticca, l’avvocato Aduc Emmanuela Bertucci, Elena Dogliotti della Fondazione Veronesi, Rossella Muroni presidente di Legambiente, Marco Damilano de L’espresso, Nando Pagnoncelli presidente Ipsos, Luca e Paolo per la copertina satirica.

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IL FATTO QUOTIDIANO-Davigo: “Dentro i partiti accadono cose non tollerate in nessuna società, nemmeno in una bocciofila” di F. Q. | 14 giugno 2017.

17 Giugno 2017 Commenti chiusi

“Il problema di questo Paese sia la mancata regolamentazione giuridica dei partiti. Sono associazioni non riconosciute, all’interno delle quali accadono cose non tollerate in nessuna società di persone, ma nemmeno in una bocciofila“. lo ha detto l’ex presidente dell’Anm Piercamillo Davigo, intervistato da Giovanni Floris nel corso dell’ultima puntata di DiMartedì (La7)
di F. Q. | 14 giugno 2017

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IL CASO Inchieste e notizie ai vertici. Tutto il Csm boccia Renzi ALL’UNANIMITÀ – TOGATI E LAICI CONTRO IL DECRETO: OBBLIGARE GLI INVESTIGATORI A RIFERIRE AI SUPERIORI METTE A RISCHIO LA SEGRETEZZA DELLE INCHIESTE GIUDIZIARIE di Antonella Mascali-© 2017 Editoriale il Fatto S.p.A. C.F. e P.IVA 10460121006

17 Giugno 2017 Commenti chiusi

IL CASO
Inchieste e notizie ai vertici. Tutto il Csm boccia Renzi
ALL’UNANIMITÀ – TOGATI E LAICI CONTRO IL DECRETO: OBBLIGARE GLI INVESTIGATORI A RIFERIRE AI SUPERIORI METTE A RISCHIO LA SEGRETEZZA DELLE INCHIESTE GIUDIZIARIE

di Antonella Mascali
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Il vice presidente Legnini
Raramente il Plenum del Csm vota all’unanimità, ma ieri è accaduto. Togati e laici di tutti gli schieramenti hanno stroncato la norma del governo Renzi che obbliga gli investigatori della polizia giudiziaria a raccontare le indagini ai superiori, pur essendo alle dipendenze dei pm. Una norma (articolo 18 del decreto 177 del 2016) inserita sottobanco nella riforma della Guardia forestale, che è stata accorpata all’Arma dei carabinieri.

La delibera della Sesta commissione, relatori il presidente Ercole Aprile e i consiglieri Antonello Ardituro e Luca Forteleoni, evidenzia il rischio che l’obbligo favorisca fughe di notizie istituzionali, essendo i capi degli investigatori collegati all’esecutivo: la polizia dipende dal ministero dell’Interno, i carabinieri da quello della Difesa, la Finanza da quello dell’Economia. Il testo, anticipato nei giorni scorsi, sottolinea il pericolo che le informative siano “portate a conoscenza di soggetti esterni all’indagine, in rapporto di dipendenza organica dalle articolazioni del potere esecutivo”.

Il Csm ha rilevato una serie di problemi “pratico-applicativi” nelle Procure e “ha preso atto”, con le audizioni, che alcuni uffici, capofila la Procura di Torino guidata da Armando Spataro, hanno dato alla norma una interpretazione “riduttiva”, facendo prevalere il principio della segretezza delle indagini sull’obbligo di informare i vertici. D’altronde, secondo la Costituzione, la polizia giudiziaria dipende dal pm. Altre Procure, invece, erano in attesa di una parola chiarificatrice del Csm, che ieri è arrivata: il governo dovrebbe fare marcia indietro e prevedere “un potere di segretazione del pm anche rispetto alla scala gerarchica della polizia giudiziaria”. Cioè gli investigatori devono riferire “compatibilmente” con gli obblighi del codice di procedura penale sul segreto e non “indipendentemente”, come prevede la riforma Renzi.

Nel dibattito c’è stato un momento di subbuglio e il vicepresidente Giovanni Legnini si è visibilmente alterato per l’intervento di Pierantonio Zanettin, consigliere laico di Forza Italia che ha associato questa norma all’inchiesta Consip e alle “talpe” che hanno informato i vertici della centrale acquisti dell’indagine che coinvolge l’imprenditore Alfredo Romeo e Tiziano Renzi, padre dell’ex premier: “Il 9 agosto 2016 il capitano Scafarto per sms scrive al colonnello Sessa, indagato per depistaggio: ‘Abbiamo fatto una stupidaggine a dirlo al capo’… È assai singolare che, solo pochi giorni dopo le preoccupazioni espresse dagli ufficiali del Noe, il 19 agosto, il governo abbia varato” la norma incriminata. Qualche mese dopo i vertici di Consip saranno informati dell’inchiesta e il ministro renziano Luca Lotti, il comandante dei carabinieri Tullio Del Sette e il generale Emanuele Saltalamacchia sono ora indagati per favoreggiamento e rivelazione di segreto. “Contesto categoricamente qualsiasi connessione tra l’iniziativa presa dal Consiglio” e il caso Consip, ha ribattuto Legnini.

Nei giorni scorsi con il Csm aveva polemizzato il capo della polizia Franco Gabrielli, che aveva detto: “Io servo lo Stato, non il governo” e aveva ricordato che, di fatto, i vertici delle forze di polizia sono sempre stati informati ma ora la cosa è stata formalizzata e disciplinata. “Mi dispiace che abbia letto la delibera in chiave di sfiducia”, ha risposto ieri Legnini, “al contrario riconfermiamo la nostra fiducia, consapevoli che la norma controversa carica di ulteriori oneri e responsabilità i vertici dei corpi di polizia”. Ma per il Csm la norma favorisce le fughe di notizie: le informazioni “senza alcun filtro o controllo del pm” e a favore anche di “soggetti che per la loro posizione apicale vedono stretto il rapporto di dipendenza organica” dal governo “appare non essere in linea con le prerogative riconosciute” al pm dalla legge.

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“A Ostia (Roma) c’è una mafia autoctona”. Guai per Carminati di Andrea Palladino-© 2017 Editoriale il Fatto S.p.A. C.F. e P.IVA 10460121006

17 Giugno 2017 Commenti chiusi

“A Ostia (Roma) c’è una mafia autoctona”. Guai per Carminati
di Andrea Palladino

C’è un’economia mafiosa alle porte di Roma, tra gli stabilimenti balneari di Ostia. Un sistema criminale ricostruito dalla prima sezione della Corte di Appello, che ha ribaltato la sentenza di qualche mese fa – firmata dalla seconda sezione dello stesso tribunale – sull’organizzazione guidata da Carmine Fasciani: non un semplice gruppo criminale, ma una vera e propria mafia autoctona, con un potere sulla paura e l’omertà. La sentenza – depositata a marzo ma divulgata solo ieri, che riguarda l’accusa di intestazione fittizia dei beni con l’aggravante mafiosa – arriva mentre il processo su Mafia capitale si avvia alla conclusione.

Le indagini sui clan del litorale romano erano partite dopo il ritrovamento di un ordigno in uno stabilimento balneare di Ostia il 21 luglio 2012. L’inchiesta, chiamata “Nuova alba”, portò a 51 arresti il 26 luglio 2013, colpendo il clan Fasciani – Triassi. Due nomi che contavano molto a Ostia, dove l’economia gira attorno agli stabilimenti balneari e ai locali notturni. A quella operazione seguì, otto mesi dopo, l’inchiesta “Tramonto” con al centro la rete di società riconducibili ai Fasciani.

Il primo filone – Alba nuova – era stato ridimensionato con l’esclusione dell’associazione mafiosa nella sentenza della seconda sezione della Corte di Appello di Roma del settembre dello scorso anno. Una decisione ora ribaltata dalla prima sezione dello stesso Tribunale di secondo grado: in quella prima sentenza è mancata una “valutazione complessiva degli elementi”, spiegano i giudici, con una “parcellizzazione delle risultanze processuali” e a una “omissione di diversi elementi probatori”. La prova del clima mafioso che si vive ad Ostia appare evidente davanti all’atteggiamento “contrassegnato da paura” dei testi, che hanno deposto durante le udienze di primo grado.

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LA NOTIZIA-Battuto ogni record in Parlamento. Tra deputati e senatori che hanno cambiato casacca sono arrivati a 500.

17 Giugno 2017 Commenti chiusi

Un Parlamento di trasformisti e voltagabbana. Fra Montecitorio e Palazzo Madama i cambi di casacca sono un fenomeno con cui gli addetti ai lavori sono costretti a fare quotidianamente i conti, complice pure il fatto che in questa legislatura sono stati raggiunti numeri record. Stando al monitoraggio di Openpolis, infatti, dall’inizio del quinquennio (2013) ad oggi i passaggi da un gruppo a un altro sono stati – reggetevi forte – 495 e hanno coinvolto 188 deputati e 133 senatori (il 33%). Qualcuno, cioè, è transitato per più di un gruppo. Calcolatrice alla mano, tempo altri 5 cambi di casacca e verrà sfondata quota 500. Numeri monstre i quali, nonostante quanto scritto nella Costituzione all’art. 67 (“ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”), aprono più di un interrogativo sul modo in cui oggi come oggi i nostri eletti rispettano il mandato popolare.

Giro di valzer – Gli ultimi passaggi in ordine di tempo hanno riguardato Rocco Palese e Vincenza Labriola: 48 ore fa i due deputati pugliese, provenienti dal Misto, sono entrati in Forza Italia. Per Palese a dire il vero si tratta di un ritorno, visto che quattro anni fa era stato eletto col Pdl prima di sposare il progetto di Raffaele Fitto (Conservatori e Riformisti). Pochi giorni prima a spostarsi erano stati Antonino Minardo e Francesco Campanella. Il primo, come anticipato da La Notizia il 4 maggio, è passato da Alternativa popolare a FI, mentre dopo un soggiorno al Misto l’ex grillino Campanella ha deciso di sposare la causa dei bersaniani di Mdp. Riposizionamenti in vista delle prossime elezioni, per lo più. Ma, come detto, il trend va avanti praticamente da inizio legislatura. Fra i gruppi che hanno pagato il prezzo più alto dei cambi di casacca c’è sicuramente il Movimento 5 Stelle: tra espulsioni e abbandoni volontari, infatti, i grillini hanno perso 39 parlamentari (21 deputati e 18 senatori). Ma non solo. Anche Sinistra Italiana (meno 20 solo a Montecitorio) e i centristi della fu Scelta Civica non se la passano tanto meglio.

Avanti e indietro – Un andazzo che ha portato ad un sottofenomeno tutt’altro che da sottovalutare: quello dell’esplosione di gruppi e gruppuscoli sia alla Camera sia al Senato. Nel primo caso, nel Misto si contano sei sottogruppi, uno, Fare!, con appena 3 deputati: gli ex leghisti Matteo Bragantini, Roberto Caon ed Emanuele Prataviera. Mentre Udc-Idea ne conta 6. A Palazzo Madama va anche peggio. Nel Misto albergano gruppi formati addirittura da un unico senatore. Qualche caso? Liguria Civica rappresentata da Maurizio Rossi (eletto nel 2013 con Sc), Federazione dei Verdi, al quale è iscritta la ex pentastellata Cristina De Pietro e Movimento X (Laura Bignami). I coniugi Sandro Bondi e Manuela Repetti, dopo aver detto addio al Pdl, invece, sono transitati prima in Ala – i verdiniani – e poi hanno fondato Insieme per l’Italia, altra componente “sciolta” nel Misto. All’appello non poteva mancare Campo progressista. La neonata creatura dell’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, ovviamente mai passata per le elezioni, è rappresentata da Luciano Uras (ex Sel). È la politica, bellezza.

Twitter: @GiorgioVelardi

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IL FATTO QUOTIDIANO-Massoneria, prove di trasparenza: una legge per vietarla ai parlamentari Braccio di ferro anti-loggia – La proposta estesa a dipendenti pubblici e pm .

17 Giugno 2017 Commenti chiusi

di Antonella Mascali | 15 giugno 2017

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Vietato ai parlamentari, a tutti i dipendenti pubblici, ai magistrati, alle forze di polizia, ai militari di essere massoni o di appartenere ad associazioni simili che prevedono vincoli gerarchici e obbedienza, in violazione degli articoli 97, 98 e 101 della Costituzione. Per tutte queste categorie corre anche l’obbligo di dichiarare la propria appartenenza a una […]
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IL FATTO QUOTIDIANO-Consip, inchieste e notizie ai vertici. Tutto il Csm boccia Renzi

17 Giugno 2017 Commenti chiusi

di Antonella Mascali | 16 giugno 2017

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Raramente il Plenum del Csm vota all’unanimità, ma ieri è accaduto. Togati e laici di tutti gli schieramenti hanno stroncato la norma del governo Renzi che obbliga gli investigatori della polizia giudiziaria a raccontare le indagini ai superiori, pur essendo alle dipendenze dei pm. Una norma (articolo 18 del decreto 177 del 2016) inserita sottobanco nella riforma della Guardia forestale, che è stata accorpata all’Arma dei carabinieri.

La delibera della Sesta commissione, relatori il presidente Ercole Aprile e i consiglieri Antonello Ardituro e Luca Forteleoni, evidenzia il rischio che l’obbligo favorisca fughe di notizie istituzionali, essendo i capi degli investigatori collegati all’esecutivo: la polizia dipende dal ministero dell’Interno, i carabinieri da quello della Difesa, la Finanza da quello dell’Economia. Il testo, anticipato nei giorni scorsi, sottolinea il pericolo che le informative siano “portate a conoscenza di soggetti esterni all’indagine, in rapporto di dipendenza organica dalle articolazioni del potere esecutivo”.

Il Csm ha rilevato una serie di problemi “pratico-applicativi” nelle Procure e “ha preso atto”, con le audizioni, che alcuni uffici, capofila la Procura di Torino guidata da Armando Spataro, hanno dato alla norma una interpretazione “riduttiva”, facendo prevalere il principio della segretezza delle indagini sull’obbligo di informare i vertici. D’altronde, secondo la Costituzione, la polizia giudiziaria dipende dal pm. Altre Procure, invece, erano in attesa di una parola chiarificatrice del Csm, che ieri è arrivata: il governo dovrebbe fare marcia indietro e prevedere “un potere di segretazione del pm anche rispetto alla scala gerarchica della polizia giudiziaria”. Cioè gli investigatori devono riferire “compatibilmente” con gli obblighi del codice di procedura penale sul segreto e non “indipendentemente”, come prevede la riforma Renzi.

Nel dibattito c’è stato un momento di subbuglio e il vicepresidente Giovanni Legnini si è visibilmente alterato per l’intervento di Pierantonio Zanettin, consigliere laico di Forza Italia che ha associato questa norma all’inchiesta Consip e alle “talpe” che hanno informato i vertici della centrale acquisti dell’indagine che coinvolge l’imprenditore Alfredo Romeo e Tiziano Renzi, padre dell’ex premier: “Il 9 agosto 2016 il capitano Scafarto per sms scrive al colonnello Sessa, indagato per depistaggio: ‘Abbiamo fatto una stupidaggine a dirlo al capo’… È assai singolare che, solo pochi giorni dopo le preoccupazioni espresse dagli ufficiali del Noe, il 19 agosto, il governo abbia varato” la norma incriminata. Qualche mese dopo i vertici di Consip saranno informati dell’inchiesta e il ministro renziano Luca Lotti, il comandante dei carabinieri Tullio Del Sette e il generale Emanuele Saltalamacchia sono ora indagati per favoreggiamento e rivelazione di segreto. “Contesto categoricamente qualsiasi connessione tra l’iniziativa presa dal Consiglio” e il caso Consip, ha ribattuto Legnini.

Nei giorni scorsi con il Csm aveva polemizzato il capo della polizia Franco Gabrielli, che aveva detto: “Io servo lo Stato, non il governo” e aveva ricordato che, di fatto, i vertici delle forze di polizia sono sempre stati informati ma ora la cosa è stata formalizzata e disciplinata. “Mi dispiace che abbia letto la delibera in chiave di sfiducia”, ha risposto ieri Legnini, “al contrario riconfermiamo la nostra fiducia, consapevoli che la norma controversa carica di ulteriori oneri e responsabilità i vertici dei corpi di polizia”. Ma per il Csm la norma favorisce le fughe di notizie: le informazioni “senza alcun filtro o controllo del pm” e a favore anche di “soggetti che per la loro posizione apicale vedono stretto il rapporto di dipendenza organica” dal governo “appare non essere in linea con le prerogative riconosciute” al pm dalla legge.
di Antonella Mascali | 16 giugno 2017

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“Salvini brutto, B. bello”: di Marco Travaglio Pubblicato su 17 Giu 2017 da infosannio.

17 Giugno 2017 Commenti chiusi

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Avevamo deciso di catalogare la polemica sul presunto incontro Casaleggio-Salvini nell’ampio file “Chissenefrega”, visto che quasi tutti i politici parlano con quasi tutti e che molti giornali raccontano un sacco di balle (si attendono ancora le scuse di Repubblica a Di Maio per il famoso messaggio tagliuzzato dalla sua chat con la Raggi). Poi però abbiamo notato che la decisiva questione continua ad appassionare chi non ha di meglio da fare e l’altra notte ne discutevano impettite su Rainews24 Claudia Fusani della fu Unità e una giornalista del “servizio pubblico” – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 17 giugno 2017, dal titolo “Salvini brutto, B. bello”.
Venivano trasmessi una videodichiarazione a Rainews24 del direttore di Repubblica Mario Calabresi, che confermava il tête-à-tête Casaleggio-Salvini in base a “due fonti” che – com’è giusto – non rivelava; e un videomessaggio su Facebook di Davide Casaleggio, che giurava di non aver mai parlato col leader leghista in vita sua e sfidava il direttore di Repubblica a precisare il luogo, il giorno e l’ora del presunto incontro (dettagli che non è difficile chiedere alle fonti, senza svelarne l’identità), così da poter dimostrare dov’era e che faceva in quel mentre.
La Fusani sosteneva che: non c’è motivo per dubitare di Repubblica (da cui fu allontanata per i suoi legami col Sisde); è molto più credibile un direttore che parla a Rainews24 che un Casaleggio che parla su Facebook; e i 5Stelle non possono credere a De Bortoli sulla telefonata della Boschi a Ghizzoni di Unicredit per salvare banca Etruria e smentire Repubblica sul summit Casaleggio-Salvini.
Se la memoria non ci inganna, un mese fa la Fusani andava per tv a intimare a De Bortoli di esibire le prove della telefonata Ghizzoni-Boschi, mentre di Repubblica si fida sulla parola: affari suoi. Ma, per quanti sforzi facciano lei e gli altri avvocati d’ufficio del Pd, i due casi non sono paragonabili. La telefonata Boschi-Ghizzoni è stata smentita solo dalla Boschi, ma non da Ghizzoni. Il quale non solo non l’ha negata, ma ha detto che i banchieri sono abituati alle telefonate dei ministri e che (essendo vincolato da un patto di riservatezza con la sua ex banca) potrà parlare della faccenda (che dunque esiste, sennò di che parlerebbe?) solo a un magistrato (o a una commissione parlamentare con poteri giudiziari). Cosa che potrebbe accadere solo se la Boschi querelasse De Bortoli, come ha promesso di fare e non ha fatto (intanto la strombazzatissima commissione d’inchiesta sulle banche langue sul binario morto). Nel presunto caso Casaleggio-Salvini, invece, entrambi i protagonisti smentiscono categoricamente di essersi mai visti né sentiti.
E Casaleggio e Di Maio annunciano querela (anche se, di per sé, non c’è nulla di diffamatorio nel fatto attribuito a Casaleggio, vero o falso che sia). Quindi potrebbero mentire sia Repubblica, sia Casaleggio e Salvini. Ciascuno, in mancanza di prove e in presenza di sole smentite, è libero di credere a chi vuole. Noi, al momento, pensiamo che l’incontro non ci sia stato: Casaleggio è tipo ancor più prudente e riservato di suo padre, a malapena dice buonasera a chi conosce, e ben difficilmente fa vertici clandestini con leader sconosciuti; per prendere accordi sulla legge elettorale, gli bastavano e avanzavano Di Maio e Toninelli; e soprattutto incontrare un chiacchierone come Salvini, che col M5S cerca contatti e alleanze da anni (invano), vorrebbe dire mettersi nelle sue mani, visto che sarebbe stato l’unico interessato a divulgare la notizia, diversamente dal leader di un Movimento che fa della trasparenza e delle non-alleanze le sue bandiere.
Chi non ha l’anello al naso capisce bene a che servono le continue voci sulle prossime nozze Lega-M5S: a intaccare la trasversalità dei grillini, che finora pescano voti dappertutto perché non fanno accordi con nessuno (salvo su singoli provvedimenti in Parlamento: testamento biologico, legge elettorale “tedesca”, giudici della Consulta e membri laici del Csm). Ora, in aggiunta, si crea un alone di mistero e di scandalo su “Casaleggio che incontra Salvini” (sottinteso: “ma solo perché Hitler è morto”). Ora, tutti sanno quanto siamo vicini a Salvini (che infatti ci querela un giorno sì e l’altro pure). Ma non siamo affatto certi che nessuno sia peggiore di lui. Un nome a caso: Silvio B., il pregiudicato pluriprescritto. L’uomo delle leggi vergogna e dei conflitti d’interessi che hanno devastato l’Italia per quasi 20 anni. L’uomo che pagò Cosa Nostra per quasi 30 anni. L’uomo che sedeva fra Previti e Dell’Utri. L’uomo che tuttoggi riceve messaggi cifrati da Giuseppe Graviano. Bene, quest’uomo nel 2013 fu ricevuto al Quirinale dal bispresidente Giorgio Napolitano per entrare nel governo di Enrico Letta. E il 18 gennaio 2014 incontrò al Nazareno, sede del Pd, Matteo Renzi per scrivere con lui la legge elettorale, la riforma costituzionale e chissà cos’altro (“profonda sintonia”, disse Renzi all’uscita); dopodiché lo rivide altre 12 volte in un anno. E di recente l’ha risentito per l’ennesima legge elettorale e, tramite Gianni Letta, per il nuovo dg Rai Mario Orfeo. In che senso Salvini sarebbe infrequentabile e B. no? E perché (non) incontrare Salvini sarebbe più scandaloso che votare con Salvini e B. i voucher-truffa, dopo aver finto di abolirli per mandare in fumo i referendum, 3,3 milioni di firme e alla Costituzione?
Ah, dimenticavo: l’altroieri a Otto e mezzo, mentre smentiva la notizia di Repubblica, Salvini ne ha data una fresca fresca: “Con Casaleggio non ho mai parlato, ma con Renzi sì”. Abbiamo atteso la smentita e la querela di Renzi e cercato la notizia su Repubblica: invano. A quando una bella prima pagina sul “patto occulto Renzi-Salvini” e la “doppia morale” del Pd? Attendiamo a pie’ fermo.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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IL BLOG DELLE STELLE-Il MoVimento 5 Stelle fa l’alleanza con gli italiani.

17 Giugno 2017 Commenti chiusi

di Beppe Grillo

Il MoVimento 5 Stelle ha un solo padrone: i cittadini, gli unici nostri alleati. La stella polare che ha sempre guidato il nostro programma politico è la volontà del popolo. Con Rousseau siamo la prima e unica forza politica al mondo che fa decidere online agli iscritti i propri candidati e il proprio programma. Ogni cittadino italiano che abbia compiuto 18 anni, non iscritto a partiti, può entrare nel MoVimento 5 Stelle e partecipare a questo straordinario progetto di democrazia diretta.

Il MoVimento 5 Stelle è nato da un’esigenza che viene dal basso, dalle liste civiche, dai cittadini che sono stati abbandonati dallo Stato, presi in giro e vessati per anni dai partiti. Partiti che sono sempre gli stessi e sempre guidati dalle stesse persone da 20 anni. Noi con questa gente, e lo abbiamo detto da quando siamo nati, non vogliamo avere nulla a che fare. Non faremo nessuna alleanza con i partiti, con nessun partito, né con quelli che si dicono di sinistra, né con quelli che si dicono di destra. Categorie antistoriche, che oggi non hanno alcun significato. Nella nostra attività parlamentare abbiamo sostenuto proposte di tutti i partiti, l’unico requisito necessario era che fossero buone idee. Quando saremo al governo chiederemo a tutti in maniera trasparente di sostenere le nostre buone idee che saranno state votate dagli italiani. Ma nessuna alleanza, nessun compromesso, nessun accordo segreto. Mai.

I media e i segretari di partito adesso fanno il gioco di tirarci da una parte. Sono arrivati addirittura ad inventarsi un incontro mai avvenuto pur di supportare questa teoria. Vogliono piegare la realtà alle loro fantasie più sfrenate. Tra due giorni faranno il gioco di tirarci dall’altra. Due giorni ci fa ci tiravano da un’altra ancora. Pensano che le idee abbiano il copyright. Concetti novecenteschi e stantii. Noi proponiamo soluzioni per i cittadini, non fuffa. Loro hanno paura di affrontare certe tematiche per ideologia o per affari. Noi no.

Quello dell’immigrazione è un problema serio e sentito da tutti gli italiani. Non parlarne e lasciare tutto come è, blaterando di xenofobia e populismo, conviene soltanto ai partiti che con le cooperative dell’immigrazione ci hanno lucrato per anni. La patina di buonismo sotto cui è nascosto questo business deve essere cancellata. L’immigrazione deve essere gestita, le leggi devono essere rispettate, chi sbaglia paga. E’ buon senso. Chi è contrario non è di sinistra, è uno stupido o ci guadagna.

Sullo ius soli il MoVimento 5 Stelle si è astenuto alla Camera e come annunciato altrettanto farà, con coerenza, al Senato. Trattasi non di legge, ma di pastrocchio invotabile. E’ vergognoso tenere il Parlamento in stallo per discutere di provvedimenti senza capo né coda, mentre non si fa nulla per dare una mano alle famiglie italiane che si trovano in grande difficoltà economica: secondo l’Istat sono l’11,9% del totale, ovvero 7 milioni e 209mila persone che nel 2016 si sono trovate nelle condizioni di “grave deprivazione materiale”. Il MoVimento 5 Stelle non si fa le pippe pensando alle alleanze, alle cadreghe, alle lobby o alle cooperative. Pensiamo ai problemi delle persone, se chi governa facesse altrettanto oggi non saremmo qui.

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IL BLOG DELLE STELLE-Eni – Gse: una partita truccata?.

17 Giugno 2017 Commenti chiusi

di Davide Crippa

Immaginiamo che in una partita di calcio l’arbitro improvvisamente si travestisse da giocatore. Tutti griderebbero allo scandalo. Ed è quello che secondo noi può accadere in una partita molto, molto importante per il Paese. Quella dell’energia. Eni ha stipulato un accordo con il Gse riguardante “Progetto Italia”, un progetto di Eni che prevede principalmente la produzione di energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili con l’installazione, fino al 2022, di oltre 220 MWp di nuova capacità con un impegno di spesa di circa 230 M€.

Bene. Abbiamo chiesto al ministero dello Sviluppo economico se non ravveda un conflitto di interesse. La risposta alla nostra interrogazione è stata evasiva e scandalosa: il Ministero ha detto che l’accordo non riguarda gli impianti incentivati e quindi il presupposto conflitto di interessi cadrebbe. Ma ricordiamo al ministero che il Gse, secondo il suo statuto, ha per oggetto l’esercizio delle funzioni di natura pubblicistica del settore elettrico e in particolare delle attività di carattere regolamentare, di verifica e certificazione relativa al settore dell’energia elettrica, comprese le attività di carattere regolamentare e le altre competenze.

Insomma, per tornare al nostro esempio, è come se in una partita di calcio una squadra facesse un accordo con la federazione degli arbitri. E non aiuta certo l’altra parte della risposta, ossia che il Gse effettuerà un’analisi socioeconomica, ammettendo di fatto che un’istituzione di natura pubblicistica presterà la sua opera a un’azienda privata. Inoltre sappiamo che il Gse ha sistemi di incentivazione già in essere con Eni. Quindi, ministro, non si può fare. O, almeno, non si potrebbe fare. Condizionale d’obbligo visto che siamo in Italia, nel paese dalle regole fluide

E poi leggiamo bene cosa il ministro Calenda fa inserire nella nuova Sen, la strategia energetica nazionale: ci sarà l’abbandono dell’incentivo in favore di meccanismi di mercato. Ma il meccanismo del mercato chi lo gestisce? Il Gme che fa parte proprio del Gse. Quindi Eni sta facendo degli accordi con i quali si assicura di avere dalla sua parte l’arbitro della partita? A noi pare proprio di sì.

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