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Banca Etruria, Pier Luigi Boschi: “Banche? Ne parlo con mia figlia e con il presidente”.

18 Giugno 2017 Commenti chiusi

La telefonata del 3 febbraio 2015, intercettata, tra il dg di Veneto Banca, Consoli, e il papà della ministra, all’epoca vice di Etruria. Il tema: la crisi delle popolari. Maria Elena ha sempre negato di essersi occupata di affari di famiglia, ma per la 3a volta viene smentita .
di Giorgio Meletti e Davide Vecchi | 18 giugno 2017

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Alle 19.34 del 3 febbraio 2015 il direttore generale di Veneto Banca Vincenzo Consoli chiama sul cellulare il vicepresidente della Popolare dell’Etruria Pier Luigi Boschi. Dieci giorni prima il governo Renzi ha varato per decreto legge la riforma delle banche popolari, che impone la trasformazione in società per azioni alle più grandi, compresa Etruria. Una settimana dopo la banca aretina sarà commissariata dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan su proposta del governatore di Bankitalia Ignazio Visco.

La telefonata è calma nei toni, drammatica nella sostanza. Boschi è in cerca di un salvatore per la sua banca. Consoli manifesta disponibilità, verosimilmente desideroso di acquisire benemerenze presso Palazzo Chigi che gli valgano da tutela contro la persecuzione di cui si sente oggetto da parte del capo della Vigilanza di Bankitalia Carmelo Barbagallo. A un certo punto Consoli fa una domanda e Boschi gli risponde: “Domani in serata se ne parla, io ne parlo con mia figlia, col presidente domani e ci si sente in serata”. La figlia è Maria Elena Boschi, ministro delle Riforme. Il presidente è Matteo Renzi.

Questa telefonata è il terzo pesante indizio che il ministro Boschi, nonostante abbia sempre giurato di non essersi mai occupata della banca di cui il padre era vicepresidente, ha fatto i suoi bravi tentativi di togliere qualche castagna dal fuoco al suo papà.

Il primo è contenuto nel libro di Ferruccio de Bortoli Poteri forti (o quasi), uscito all’inizio di maggio, dove si riferisce che il ministro Boschi, nel 2015, avrebbe chiesto al numero uno di Unicredit Federico Ghizzoni di intervenire per salvare Etruria. Ghizzoni non ha mai smentito, Boschi ha smentito e affidato all’avvocato Paola Severino l’incarico di querelare De Bortoli, la querela non è ancora arrivata.

Il secondo indizio è stato pubblicato dal Fatto l’11 maggio scorso, riferendo della riunione che nel marzo del 2014, a pochi giorni dalla nascita del governo Renzi e della nomina di Maria Elena Boschi a ministro delle Riforme, si è svolta a Laterina nel salotto di casa Boschi: Boschi padre (non ancora vicepresidente ma semplice consigliere), il presidente di Etruria Giuseppe Fornasari, il presidente di Veneto Banca Flavio Trinca e l’ad Consoli hanno spiegato alla ministra i problemi drammatici delle rispettive banche, alle prese anche allora con gli interventi ritenuti scorretti del solito Barbagallo. La Boschi non ha smentito né commentato in alcun modo.

Adesso c’è la telefonata del 3 febbraio 2015. È passato un anno dall’incontro di Laterina. Consoli si dà del tu con Boschi e il rapporto sembra oliato, ma il direttore generale di Veneto Banca non si fida più tanto della Boschi come interlocutore. Poco prima di chiamare suo padre si consiglia con Vincenzo Umbrella, capo della sede di Firenze di Bankitalia, e gli dice: “Io chiamo Pier Luigi e vedo se mi fa, mi fissa un incontro, anziché con la figlia, direttamente col premier”.

Poco dopo chiama davvero Boschi, e l’esordio dimostra che il dialogo è ormai fitto e oliato: “Novità sul nostro fronte?”. Boschi gli risponde che è stato fatto un “passaggio sulla Capitale” e che gli è stato detto che per unire gli istituti di credito serve un aumento di capitale garantito dal consorzio, così la Bce dà l’ok. Si parla di una fusione tra Etruria e Veneto Banca. Boschi infatti teme che un altro possibile salvatore, la Popolare dell’Emilia Romagna (Bper), “ci vogliano prendere dal commissariamento”.

Il padre del ministro aggiunge pure che “lui”, cioè Renzi, non sarebbe contrario ma crede che le banche non abbiano il tempo di organizzarsi. Consoli chiede da chi ha avuto queste informazioni: dalla vigilanza di Banca d’Italia? No, ribatte Boschi, da ambienti “un pochino più sopra”. Il problema è quindi il tempo a disposizione. Consoli dice che deve vedere qualche giorno dopo un esponente importante della Popolare di Vicenza. È la banca di Gianni Zonin, a cui un anno prima Barbagallo voleva che sia Veneto Banca che Etruria si consegnassero. Adesso il vento è cambiato, a Vicenza stanno entrando gli ispettori della Bce, anche Zonin è alle corde. Consoli chiede a Boschi se con quelli di Vicenza deve affrontare l’argomento. È qui che Boschi gli dice di aspettare: “Domani in serata se ne parla, io ne parlo con mia figlia, col presidente domani e ci si sente in serata”.

Consoli insiste: “Devi lavorare perché ci diano più tempo, ma anche perché, cosa fanno, aprono un altro fronte?”. Boschi replica: “Ma infatti noi si sta lavorando però ora il problema è il periodo difficile della storia.. è difficile parlare, ecco… sennò figurati”. Consoli ribadisce la sua disponibilità: “Noi siamo a disposizione… ma io lo faccio anche con spirito di servizio eh, anche perché questo sistema bancario ce lo stanno ammazzando”.

È qui che Boschi avanza il sospetto che Bper si voglia prendere Etruria dal commissariamento, cioè a prezzo di saldo. Consoli gli chiede se Roma glielo consentirebbe, Boschi dice che si tratta solo di un suo pensiero (in effetti non Bper ma Ubi alla fine si è presa Etruria per 1 euro). Alla fine Consoli dice la cosa per cui aveva chiamato, prega Boschi di far presente a Renzi, che è al governo da un anno e non è mai riuscito a incontrare in nessun modo, che gli vorrebbe parlare. Boschi lo rassicura. Adesso resta solo da capire se Maria Elena Boschi continuerà a giurare di non essersi mai occupata di Banca Etruria.

Per un mero errore materiale, sull’edizione cartacea del Fatto Quotidiano la telefonata era datata 3 marzo 2015. Ma, come già si poteva evincere dai riferimenti al decreto sulle Popolari e al commissariamento di Etruria, si trattava in realtà del 3 febbraio 2015.
di Giorgio Meletti e Davide Vecchi | 18 giugno 2017

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Editoriale Marco Travaglio Consip Nostra.

18 Giugno 2017 Commenti chiusi

Editoriale
Marco Travaglio
Consip Nostra
Dalla vigilia di Natale, cioè dallo scoop di Marco Lillo sull’inchiesta Consip, attendevamo questo momento. Chiedevamo al governo di scegliere da che parte stare: da quella dell’ad renziano di Consip Luigi Marroni, che accusa il ministro renziano Lotti, i generali renziani Del Sette e Saltalamacchia di avere spifferato notizie segrete sull’indagine e le intercettazioni di Napoli; e il padre di Renzi e il suo mediatore-faccendiere Carlo Russo di averlo ricattato per pilotare appalti verso imprenditori amici (come Romeo) e amici degli amici (cioè del giro di Verdini). Se il governo riteneva Marroni un calunniatore, doveva rimuoverlo all’istante dal vertice della società del Tesoro e lasciare ai loro posti il ministro e i due generali. Se viceversa il governo riteneva che Marroni dice cose vere, doveva lasciarlo al suo posto e rimuovere Lotti, Del Sette e Saltalamacchia. Tenendo ben presente che la magistratura – a cui governo e Pd hanno sempre ribadito “massima fiducia” (almeno in quella romana) – aveva indagato Lotti, Del Sette e Saltalamacchia, ma non Marroni, semplice testimone e non sospettato di alcun reato. L’unica cosa da non fare, in nome del principio di non contraddizione, era di salvare tutti, accusatore e accusati: così infatti avremmo certamente avuto qualche delinquente in delicatissime funzioni pubbliche (i possibili favoreggiatori Lotti, Del Sette e Saltalamacchia, o l’eventuale calunniatore Marroni). Eppure finora il governo ha fatto proprio questo.
Poi l’altro giorno la Procura di Roma ha riascoltato Marroni, già sentito sei mesi fa dal Noe e dai pm di Napoli. E Marroni, dopo aver rifiutato di ritrattare le sue accuse davanti agli avvocati di Tiziano Renzi, le ha confermate (almeno secondo l’Ansa). Subito dopo, come tarantolato, il Pd è uscito da sei mesi di letargo e ha vergato in fretta e furia una mozione che impegna il governo a cacciarlo da Consip e ieri ha fatto dimettere tutto il Cda per farlo decadere. Cioè: mandano via il testimone dello scandalo per tenersi gli inquisiti. Il messaggio è quello tipico della mafia: chi collabora con la giustizia senza riguardi per gli amici è un traditore da punire; chi invece è indagato per le soffiate e i favoreggiamenti a chi voleva truccare l’appalto più grande d’Europa, è un giglio di campo da premiare. Si dirà: Renzi&C. avranno almeno le prove che Marroni s’è inventato le accuse a Lotti, Del Sette, Saltalamacchia, babbo Tiziano e Russo; e i cinque accusati l’avranno querelato per calunnia. Invece niente querel e e nessun accenno a calunnie nella mozione Pd. Perché allora lo mettono alla porta?
Tenetevi forte, perché qui si sfiora il capolavoro ed è giusto renderne onore agli otto firmatari: i senatori Zanda, Martini, Lepri, Maran, Maturani, Borioli, Marcucci e Mirabelli. Premessa: “Dall’analisi dei dati del bilancio consuntivo relativo all’anno 2016 emergono dati positivi sull’operato della Consip con il sostanziale raggiungimento degli obiettivi prefissati”. Quindi non è per incapacità, scarso rendimento o risultati fallimentari che lo vogliono cacciare. Anzi. E perché allora?
1) “Sulla Consip pende un’inchiesta giudiziaria per accertare reati penalmente perseguibili che vedono coinvolti a vario titolo l’amministratore delegato e dirigenti della società”. E qui i Magnifici Otto mentono sapendo di mentire: i reati penalmente perseguibili non vedono coinvolto ad alcun titolo l’ad della società (Marroni è solo testimone), bensì il dirigente Gasparri, già arrestato (col suo presunto corruttore Romeo), reo confesso e cacciato; e, fuori da Consip, il quintetto Lotti, Del Sette, Saltalamacchia, Vannoni, Renzi sr. e Russo. Ma di loro, essendo indagati, la mozione Pd non parla.
2) “Da notizie sull’inchiesta giudiziaria… risulta che l’ad Consip avrebbe testimoniato alla magistratura di aver ricevuto esplicite richieste, da soggetti esterni alla società, finalizzate ad orientare gli esiti di importanti gare d’appalto indette dalla Consip… e non avrebbe provveduto a denunciare tempestivamente alla magistratura i fatti indirizzati ad alterare il corretto svolgimento delle gare e non avrebbe provveduto a revocare o sospendere le relative procedure d’appalto… venendo meno ai doveri di professionalità e ai criteri di onorabilità e correttezza richiesti ai manager di una società a totale partecipazione pubblica” e violando “il codice etico di Consip che prevede per amministratori e dirigenti di operare nei rapporti con i terzi con imparzialità, trasparenza e correttezza”. Questo è vero e, in un Paese serio, basta e avanza per rimuovere un dirigente pubblico per motivi non penali, ma etici e deontologici. Ma a una condizione: che il Pd precisi i “soggetti esterni alla società” che rivolsero a Marroni “esplicite richieste finalizzate ad orientare gli esiti di importanti gare d’appalto”. I loro nomi sono noti proprio grazie alla testimonianza di Marroni (e di nessun altro), oltreché alle intercettazioni del Noe e dei pm napoletani Carrano e Woodcock: Carlo Russo e Tiziano Renzi. Naturalmente Marroni potrebbe esserseli inventati. Nel qual caso, non ci sarebbe motivo di rimuoverlo per non aver denunciato pressioni inesistenti (e resterebbe da spiegare perché un mini-faccendiere di Scandicci e il padre dell’allora premier parlavano con l’ad di Consip; e perché Romeo incontrava Russo e poi metteva per iscritto di voler ripagare “T.” con 30 mila euro al mese e “C.R.” con 5 mila a bimestre).
3) “A tali fatti si sarebbe poi aggiunta la rimozione dagli uffici dell’ad Consip della strumentazione utilizzata dagli inquirenti per le attività investigative… con conseguente condizionamento delle indagini in corso”. Altro fatto vero. Ma, prima di usarlo per cacciare Marroni, il Pd dovrebbe accompagnarlo con i nomi di chi avvertì il manager delle indagini e delle microspie e di chi beneficiò del condizionamento delle indagini. Anche quei nomi li conosciamo grazie alla testimonianza di Marroni, confermata dall’ex sindaco di Rignano Lorenzini e ritenuta attendibile dai pm di Napoli e Roma che hanno indagato Lotti, Del Sette e Saltalamacchia per la soffiata e babbo Renzi e Russo per traffico d’influenze. Se Marroni deve andarsene per avere ricevuto e poi svelato la soffiata, devono andarsene anche i quattro che l’hanno fatta. Quanto ai due beneficiari (babbo Tiziano e Carlo Russo), non ricoprono cariche pubbliche e dunque Pd e governo non possono far loro nulla: ma d’ora in poi Renzi&C. dovranno smettere di difenderli, se non considerarli politicamente responsabili, vista la fede assoluta nelle parole di Marroni. Se queste bastano a cacciare Marroni, devono bastare a cacciare o a giudicare colpevoli anche gli altri. O sono vere per tutti, o non lo sono per nessuno. Vie di mezzo non ne esistono.
Anzi, visti i ruoli che ricoprono, prima si devono cacciare i quattro autori della soffiata e solo poi si dovrà pensare a chi l’ha ricevuta. Se il ministro Lotti e i due generali dell’Arma ricevono notizie illecite su un’indagine segreta e non solo non denunciano il grave delitto in veste di pubblici ufficiali, ma lo aggravano trasmettendo la notizia al vertice Consip e contribuendo a rovinare l’inchiesta, come possono restare al governo e guidare i Carabinieri di tutt’Italia e della Toscana? Possibile che i doveri di “denunciare tempestivamente alla magistratura” e i “criteri di onorabilità, correttezza, imparzialità e trasparenza” siano richiesti solo all’ad di Consip e non a un ministro e a due comandanti della Benemerita?
Se, come scrivono Zanda & C., la permanenza di Marroni “delegittima gli attuali vertici e il management della Consip”, ne lede “l’immagine” e compromette il “rigoroso rispetto della legalità”, a maggior ragione la permanenza di Lotti, Del Sette e Saltalamacchia delegittima il governo Gentiloni e l’intera Arma, ne lede l’immagine e compromette il rigoroso rispetto della legalità. Quindi, alla luce dei nobili principi enunciati dalla mozione Pd (che finalmente taglia corto con i gargarismi renziani sul “tutti innocenti e inamovibili fino alla condanna in Cassazione”), prima si cacciano Lotti, Del Sette e Saltalamacchia (per non parlare della pinocchia Boschi: vedi pag. 2), poi magari si passa a Marroni. Se sventuratamente dovesse accadere il contrario, saremmo autorizzati a sospettare che Marroni viene punito non per quel che ha fatto, ma per quel che ha detto: cioè per non aver ritrattato le accuse ad amici e parenti di Renzi. E a domandarci che differenza passa fra la politica e la mafia.
Marco Travaglio FQ 18 Giugno 2017

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IL FATTO Q.-Consip, indagato presidente dimissionario Ferrara: “Ha reso false informazioni ai pm”.

18 Giugno 2017 Commenti chiusi

“False informazioni a Pm”. Secondo quanto si apprende da ambienti parlamentari, il presidente della Consip Luigi Ferrara, da ieri dimissionario insieme alla consigliera Marialaura Ferrigno, risulta indagato dalla Procura di Roma per il reato di “false informazioni ai Pm”. Sempre secondo quanto si apprende, l’esponente della Consip, venerdì scorso durante il suo colloquio con i magistrati che lo avevano convocato in qualità di testimone, avrebbe ritrattato quanto dichiarato in precedenza. Da qui la sua iscrizione nel registro degli indagati.

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