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Archivio 6 Marzo 2018

La fantastica storia di Piera Aiello in Parlamento con il MoVimento 5 Stelle: la mafia ha perso-il blog delle stelle.

6 Marzo 2018 Commenti chiusi

di Roberto Galullo sul Sole 24 Ore

Sul suo profilo facebook Piera Aiello, 51 anni di Partanna (Trapani), ha ringraziato i siciliani per aver dimostrato, con la matita, che quella cappa che premeva sul cielo della Sicilia «è stata soffiata via da una corrente inarrestabile di speranza e onestà». Il 30 luglio 1991 Piera Aiello ha dovuto lasciare la Sicilia. Il 4 marzo 2018, scrive, “sono tornata da cittadina libera, con lo scopo di far riscoprire a tutti noi, siciliani, quel fresco profumo di libertà che ostacolerà il puzzo di compromesso morale”.

La storia di Piera Aiello, testimone di giustizia, che potrà riavere pubblicamente indietro il suo volto dopo aver messo faccia e cuore per il M5s con il quale ha raccolto 77.950 voti, quasi il 52% dei voti nel collegio uninominale di Marsala, si incrocia a filo doppio con quella di Paolo Borsellino.

Piera era la moglie di Nicola Atria, figlio del boss don Vito, ucciso il 18 novembre 1985 a soli nove giorni da matrimonio. Nicola – «immischiato nello spaccio di droga, che girava armato e che quando provavo a dirgli di smettere con questa vita lui mi picchiava», ha raccontato tante volte Piera – venne ucciso il 24 giugno 1991 sotto gli occhi della moglie. Quel giorno lei, nel ristorante aperto da soli tre giorni, si salvò per miracolo. Il marito neanche si accorse di morire, passando dalla vita alla morte in pochi secondi, ammazzato a colpi di fucile a canne mozze.

Piera non ci pensò due volte. Denunciò gli assassini e da quel giorno la sua vita non fu, né poteva essere, più la stessa. Una scelta naturale per chi rifiutava la cultura mafiosa, sigillata dal fatto che qualche mese prima dell’omicidio del marito aveva partecipato ad un concorso per diventare agente di polizia. Nicola Atria non fu contrario. «Mi disse che poteva far comodo, dopo tutto, un poliziotto in famiglia, ma quando gli dissi che se non si sistemava la testa, lui sarebbe stato il primo che avrei sbattuto in galera, quel giorno, per l’ennesima volta, mi picchiò».

Un amico carabiniere e l’allora sostituto procuratore di Sciacca, Morena Plazzi, la condussero a Terrasini per conoscere il Procuratore capo di Marsala, Paolo Borsellino.

Dopo quell’incontro Borsellino, scrive Piera Aiello sul suo profilo facebook, «non rappresentò solo il magistrato che si occupava delle mie testimonianze, ma diventò un amico, un padre a cui aggrapparsi nei momenti di sconforto (e sono stati tanti!)». Fu Borsellino a convincere Piera Aiello a ricevere il contributo che lo Stato eroga ai testimoni di giustizia e che lei non voleva. «Borsellino si fece una gran risata – scrive ancora Piera – dicendomi di prenderli perché io ero diventata una collaboratrice di giustizia, cioè ero sotto tutela dello Stato e dovevo considerare quest’ultimo come un padre che mi manteneva». Quando iniziò a collaborare non c’era il servizio centrale di protezione ma l’Alto commissariato, alle cui carenze Borsellino cercava di sopperire «dandoci qualche soldo per arrivare alla fine del mese».

Poi il silenzio di una donna costretta a vivere con un’altra identità fuori dalla Sicilia, costretta persino a usare il codice fiscale di un’amica per le ricevute fiscali. Un silenzio che uccide, lei stessa ricorda. Dal 1991 al febbraio ‘97 per lo Stato era solo un fantasma. La situazione si sbloccò in meglio per lei solo nel febbraio ‘97, dopo le pressioni dell’Associazione Rita Atria, di don Luigi Ciotti e di Rita Borsellino.

Lo stesso silenzio e la stessa solitudine spinsero la cognata Rita Atria, una settimana dopo la strage di via D’Amelio in cui perse la vita Borsellino con gli uomini della scorta e alla quale si era legata come una figlia ad un padre, a suicidarsi lanciandosi dal settimo piano di un palazzo a Roma, dove viveva in segreto.

Piera Aiello, che il 10 dicembre 2016 è stata nominata presidente onorario dell’associazione antimafie e antiracket “Paolo Borsellino onlus” e il 23 maggio 2017 è stata eletta Presidente dell’associazione antimafie e antiracket “La verità vive! Onlus” si è sentita chiedere tante volte perché si è candidata con il Movimento 5 Stelle e la risposta è sempre la stessa: «In questo preciso momento della politica è l’unico movimento che mi dà fiducia, ha gli stessi miei ideali, ossia, verità, giustizia, legalità, trasparenza. È un movimento giovane, con idee innovative e concrete, che pensa di fare il bene dei cittadini con concretezza, che non fa false promesse come tanti hanno fatto. E’ un movimento che non ha paura di nulla e di nessuno, che non scende a compromessi, proprio come me, sicuramente io e il movimento porteremo la questione testimoni di giustizia alla luce, con la mia voce, ossia la voce di chi ha vissuto da 26 anni le fatiche che un testimone affronta, i disagi, le negazioni, esule dal proprio paese, la Sicilia».

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Giampaolo Pansa: “La tomba del bullo” Pubblicato su 6 Mar 2018 da infosannio.

6 Marzo 2018 Commenti chiusi

(Giampaolo Pansa per la Verità) – Volete una prova regina, nel senso di indiscutibile, della batosta subita da Matteo Renzi?

Una sconfitta tanto pesante da rendere impossibile che resti al potere sia pure di un Partito democratico con le pezze al culo? Se la cercate, vi può aiutare il sottoscritto, quel rompiscatole di Giampaolo Pansa, che ogni settimana confeziona il suo velenoso Bestiario.

Cercate La Stampa di ieri, lunedì 5 marzo. e andate a pagina 11. C’ è una grande foto del Bullo, scattata mentre si recava a votare nel suo seggio al Liceo classico Machiavelli in via Santo Spirito, a Firenze. In quell’immagine il Bullo ha l’ aspetto di un bandito di strada appena catturato. La faccia gonfia. La capigliatura in disordine. Lo sguardo impaurito. L’occhiata rivolta verso un personaggio che non si intravvede, forse il poliziotto che lo ha arrestato.

Alle spalle del Bullo ci sono due donne che sorridono con aria furbastra. Saranno le due carabiniere che, senza divisa e in abito simulato, hanno collaborato a mandare al gabbio un criminale. Avete scrutato con attenzione la foto? Bene, adesso riflettete sul quotidiano che l’ ha offerta ai propri lettori. La Stampa è diretta da Maurizio Molinari, un giornalista di valore, ma difficile da classificare. C’è stato un momento nel quale il sottoscritto ha pensato che il numero uno della Busiarda, in piemontese significa Bugiarda, fosse un tifoso di Renzi e del renzismo. Mi sbagliavo?

Chi lo sa. Ma oggi di certo non lo è più. Gli eventi elettorali del 4 marzo forse gli hanno fatto cambiare bandiera. Sono un vecchio cronista e la carta stampata non mi stupisce. E la fotografia che vi ho descritto mi conferma che nulla al mondo è più evanescente delle simpatie dei giornali.

Comunque sia, a me Renzi non è mai piaciuto. Rivendico la paternità del soprannome che lo dipinge meglio di qualsiasi altro: il Bullo oppure il Super Bullo. Ho cominciato a chiamarlo così quando ha fottuto un politico per bene come Enrico Letta. Era il 2013, se non sbaglio. Letta era il premier democratico. Quando il Bullo venne eletto segretario del Pd, si mostrò in televisione accanto a Letta e pronunciò tre parole destinate a imprimersi nella memoria di molti italiani: «Enrico stai sereno!». E appena due mesi dopo lo pugnalò alla schiena e prese il suo posto da capo del governo.

Pensai: «Questo Renzi è un vero bandito. Farà polpette di chi non si inginocchia davanti a lui». Non sbagliavo. Infatti il Bullo cominciò subito a distribuire etichette malvagie ai politici e ai giornalisti che non tessevano le sue lodi. Di colpo, diventammo tutti gufi, ossia menagrami. Oppure una schiera di rosiconi che si mordevano le mani e non intendevano fare i paraculi al servizio del grande presidente del Consiglio.

Ma il Bullo era davvero un grande premier? Penso proprio di no. Quando cominciò a distribuire gli 80 euro al mese un po’ a tutti, mi tornò in mente Achille Lauro. Era un politico napoletano del primo dopoguerra, miliardario, monarchico e donnaiolo senza freni. Per scovare dei voti offriva a tutti una scarpa sinistra, dicendo: «Se mi voterete e mi farete eleggere, vi consegnerò la scarpa destra!». Però almeno lui pagava le scarpe con il proprio portafogli, e non con i soldi dello Stato, ossia con i nostri risparmi.

Che cosa ci lascia in eredità il Bullo? Poco o niente. Voleva abolire il Senato e adesso si è candidato a Palazzo Madama.

Voleva trasformare le banche italiane e si è invischiato nel disastro di Banca Etruria. Qui si è imbattuto nella più bella del reame, la magica Maria Elena Boschi che l’ ha mandato a terra con un colpo d’ anca. Voleva trasformare il Pd in un partito personale, imitando il francese Emmanuel Macron, e si è trovato alle prese con la scissione guidata da un Pier Luigi Bersani ormai al limite del pensionamento.

Si è inventato una riforma del lavoro, ma ha messo fuori gioco i sindacati, dimostrando di non aver capito che in Italia chi sottovalutata la Cgil, la Cisl e la Uil condanna sé stesso a una brutta morte. Infine ha scelto di circondarsi di un plotone di fedelissimi e a questo punto ha mostrato tutta la sua debolezza.

Il famoso Giglio magico si è rivelato un povero clan di serventi debolissimi. Volete dei nomi? Eccoli. Il prode Luca Lotti, nominato ministro dello Sport in quanto tifoso della Fiorentina. Un tal Lorenzo Guerini, messo di guardia alla sede democratica del Nazareno. Il povero Maurizio Martina, ministro dell’ Agricoltura, notevole per il volto scarno e dolorante come quello di un Cristo in croce. Infine l’ unica vera potenza, la seducente Maria Elena. Lei sarà l’ unica a rimanere in piedi, soprattutto adesso che, grazie all’ esilio protettivo in Alto Adige, ha imparato il tedesco.

E non è escluso che a prenderla in nota sia la gigantesca Angela Merkel teutonica. Le farebbe comodo una ragazzona dotata di un sex appeal senza rivali, tanto in Germania che in Italia. Infine per dirla tutta, le vere ragioni della catastrofe renzista sono soprattutto due. Le ricordo a beneficio dei politicanti che tenteranno di prendere il posto del Bullo. La prima è l’ immigrazione selvaggia di migliaia di neri che dall’ Africa subsahariana sono approdati in Italia. Li troviamo dappertutto.

Fanno la bella vita in centinaia di hotel molto comodi, come minimo di tre stelle.

Campano a spese nostre, senza battere un chiodo. Sono in gran parte maschi, ben pasciuti e ben nutriti. Li vediamo agli ingressi di tutti i supermarket, mentre giocano con telefonini di ultima generazione. Chiedono soldi e infastidiscono le nostre donne.

La seconda è la sensazione che i nostri risparmi non siano più al sicuro nelle banche italiane. L’ effetto di questa incertezza si è rivelato drammatico per quel che resta del Partito democratico e soprattutto del suo leader ormai sui margini di un abisso: l’ irrilevanza politica, la disistima generale, l’ irrisione che suscita nel popolo, tanto invocato dal bullismo ormai in agonia. Il regime renziano, ossia il renzismo, doveva durare qualche decennio. Invece si è dissolto in nemmeno cinque anni.

Concludo con una confessione personale. Il Bullo è appena caduto e già mi manca. Il giornalismo di battaglia, quello che cerco di praticare alla mia veneranda età, ha bisogno di figure da avversare, da bastonare con le parole, da sbeffeggiare con uno stile irridente. Per il sottoscritto, Renzi era il pupazzo adatto, poiché eccitava il lato carogna del mio carattere. Da ragazzo ho letto tre volte il Cuore di De Amicis.

E il mio eroe era Franti, la carogna per eccellenza. Il cattivo in servizio permanente, il ribaldo incrociato con il ribelle. Ma adesso che cosa farò? Dovrò inventarmi un nuovo pupazzo da strapazzare. Tuttavia la scelta non mi mancherà. Fatevi avanti, successori del Bullo. Riceverete il trattamento che meritate. Vi do un consiglio soltanto: state bene attenti a non ripetere certi errori. Come mettere le mani nelle tasche degli italiani.

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“Quelli che…”: editoriale di Marco Travaglio Pubblicato su 6 Mar 2018 da infosannio.

6 Marzo 2018 Commenti chiusi

(pressreader.com) – di Marco Travaglio Il Fatto Quotidiano 6 marzo 2018 – Quelli che è fatta. “Grillini ridimensionati, Salvini dietro Berlusconi… per sfangarla domenica e ripartire da lunedì con una certa tranquillità” (Claudio Velardi, Twitter, 1.3). Dormi tranquillo, Vela’.

Quelli che l’Apocalisse. “Dopo sei mesi di un governo 5Stelle-Lega, magari con reddito di cittadinanza e aliquota unica, rischiamo che arrivi il Fondo Monetario” (Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 7.2). “Un governo fatto da amministratori inadeguati quali si sono dimostrate le sindache Raggi e Appendino sarebbe una catastrofe” (Corrado Augias, Repubblica, 17.2). “Il polo grillino è affetto da una patologia bipolare sempre più evidente… Lo sgomento di fronte all’ipotesi Di Maio premier non è per me tanto relativo alla sua incompetenza tecnica, quanto al gesto personalissimo dell’aver accettato questa investitura… È il polo chiaramente maniacale… Mi chiedo: ma avrà avuto o avrà almeno una crisi di panico, un momento di vertigine o di angoscia? Glielo auguro” (Massimo Recalcati, Repubblica, 20.2). “Siamo a una svolta… L’Italia è ripartita, ci sono aree del Paese tornate a crescere con forza, ma il miglioramento non è ancora percepito… Da una parte c’è il ritorno al passato con B. e Salvini, dall’altra il salto nel buio con Di Maio. Illudersi che esistano uomini della provvidenza è pericoloso. Il risveglio sarà ancora più amaro e pieno di rancore” (Mario Calabresi, Repubblica, 3.3). “Argine ai grillini. Solo il voto può fermare gli incapaci” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 2.3). E niente, è andata così. Come dice Renzi, è tutta colpa degli elettori. Aboliamoli.

Quelli che non cambia niente. “Nessuno mi ha mai mostrato preoccupazione per la possibilità, a cui nessuno crede, che il M5S possa arrivare al governo dell’Italia” (Paolo Gentiloni, Il Foglio, 21.1). “Al momento certe rilevazioni demoscopiche indicano la possibilità di un’Italia divisa in tre: centrodestra al Nord, Pd al Centro, M5S al Sud. Grazie al cielo i pronostici, con una certa frequenza, non colgono nel segno” (Angelo Panebianco, Corriere della Sera, 28.2). “Questo Paese non apprezza gli estremisti, mai: non si consegnerà al leghismo, non si consegnerà al grillismo” (Matteo Renzi, Repubblica, 9.2). Dài, ragazzi, non è successo nulla.

Quelli che portano buono/1. “Facciamo come la Germania. La campagna elettorale è deludente, ma il suo esito prevedibile. Possiamo passare 5 mesi a fare una Grande coalizione… e Marco Travaglio lo chiudiamo in gattabuia” (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 9.2).

“Domenica voterò Gentiloni e la Emma” (Ferrara, ibidem, 27.2). Diciamo la verità: dopo il bacio della morte di Ferrara, non ce la poteva fare nemmeno Churchill. Figurarsi il Pd e la Emma.

Quelli che portano buono/2. “Il partito del premier Gentiloni potrebbe ottenere un buon risultato, sorretto dall’alleanza con Bonino e con Casini… Gentiloni avrebbe la facoltà di cambiare alcuni ministri, mantenendo… Minniti, Calenda e Franceschini. Renzi avrebbe ancora la guida del suo partito, che potrebbe rafforzare nominando presidente Veltroni… La nuova legislatura durerebbe fino al 2023” (Eugenio Scalfari, la Repubblica, 4.3). Matteo e Paolo gliel’avevan chiesto in ginocchio: “Eugenio, pietà, attaccaci almeno una volta”. Ma lui niente.

Quelli che portano buono/3. “Ho come l’impressione che Grillo, con Dibba, si stia preparando ad arrivare al 5 marzo nella posizione di chi potrà dire: scusate, Di Maio chi?” (rag. Claudio Cerasa, il Foglio, 25.1). “Un movimento nato per sostituire la democrazia rappresentativa che non sa tenere in vita un albero di Natale, che non sa organizzare una votazione online e che non sa cercare nemmeno i nomi dei candidati su Google. Non fermatevi, vi prego” (rag. Cerasa, 30.1). “Siamo pronti a tutto, ma il governo Travaglio-Paragone-Davigo-Salvini anche no, grazie” (rag. Cerasa, 27.2). “Il mostro da evitare il 4 marzo. Salvini e Di Maio… Un mostro atroce e pericoloso” (rag. Cerasa, 3.3). “Solo le larghe intese ci possono salvare da un pericoloso governicchio sfascista” (rag. Cerasa, 4.3). Ormai, quando incontrano il rag. Cerasa, i gatti neri si grattano.

Quelli che Di Maio è una pippa. “Esplosivo: i 5Stelle crollano sotto il 15%” (Giuseppe Turani, Uomini e Business, 5.1). “Il 4 marzo il M5S può implodere” (Matteo Renzi, Il Foglio, 30.1). “Impresentabili, ricorsi e dimissioni è caos M5S” (Messaggero, 3.2). “Senza Grillo, M5S nel caos” (Repubblica, 3.2). “Pd e M5S ai minimi. Grillo arretra” (Repubblica, 4.2). “Alle primarie M5S non vota nessuno” (Libero, 5.2). “Caso rimborsi, fuga da M5S” (Messaggero, 14.2). “È come se Di Maio si stesse consumando e per lui fosse iniziato il conto alla rovescia verso una vittoria che lo seppellirà… Rimpicciolisce nella solitudine, abbandonato da Grillo, Casaleggio e Di Battista” (F. Merlo, Repubblica, 24.2). “Grillo è scappato vergognandosi come un ladro” (Paolo Guzzanti, il Giornale, 3.3). “Ma vaffa… Più tecnici con Di Maio che con Monti. Grillo: sono disperato” (Libero, 2.3). Ancora piange.

Quelli che B. è grande. “Brunetta: ‘Arriviamo al 51%” (Libero, 16.10). “Tra Di Maio e Berlusconi scelgo Berlusconi” (Eugenio Scalfari, Dimartedì, 22.11). “Berlusconi accelera e fissa l’obiettivo: ‘FI al 30%’” (il Giornale, 7.12). “Senato, centrodestra verso la maggioranza assoluta” (La Stampa, 6.1). “Berlusconi accarezza l’idea del Colle nel 2022” (Repubblica, 20.2). “Berlusconi, un anno per fare il premier” (il Giornale, 28.2). “Silvio non si ferma più” (Libero, 26.2). “Sul web Berlusconi ha già vinto: Internet parla solo di lui” (Libero, 1.3). “Napoli acclama Berlusconi: ‘Basta tasse, ora salvaci tu’” (il Giornale, 4.3). Gli sia lieve la terra. Una prece.

Quelli che Renzi c’è. “Centrodestra lieve calo, il Pd recupera” (Messaggero, 26.1). “Renzi vuole recuperare il 2-3%: ‘Tè e aperitivi, convincete la gente’” (Corriere, 6.2). “Renzi, la carta antifascista per recuperare a sinistra” (Messaggero, 16.2). “Noi sopra il M5S” (Gentiloni, Corriere, 2.3). “Matteo ora fa squadra, la Lombardia darà sorprese” (Giorgio Gori, 3.3). Non fiori, ma opere di bene.

Quello che arrivo uno. “Nei collegi Grillo non toccherà palla. Col 40% riuscirò a evitare le larghe intese” (Renzi, 17.10). “Renzi euforico per i sondaggi vuole una coalizione light” (La Stampa, 9.11). “Una coalizione ci sarà e varrà almeno il 30%” (Renzi, 10.11). “L’ottimismo di Renzi carica i democratici: ‘A Torino si può vincere quasi ovunque’” (Repubblica, 26.2). “Non posso dire in quale, ma il Pd è primo in un ramo del Parlamento: siamo a un passo dalla maggioranza assoluta, non credete a chi dice cose diverse” (Renzi, 27.2). “Siamo ancora in corsa come primo partito” (Renzi, 27.2). “Comunque vada, sarò segretario fino al 2021. All’opposizione ci andrai tu, Di Maio, principe degli impresentabili! Grillo, ci fai schifo!” (Renzi, 2.3). Nostradamus gli fa una pippa.

Quelli che Emma Superstar. “Bonino porta voti, Renzi se lo ricordi e trovi un’intesa” (Michele Serra, Il Venerdì, 26.1). “Gara di testimonial per lanciare Bonino. La sfida è superare il 3%. Da Calenda a Gentiloni. E arriva Staino: ‘Compagni delusi dal Pd, votate Emma’” (La Stampa, 4.2). “La campagna (indomita) di Emma” (Corriere, 11.2). “Voci di un’offerta di premierato da B. a Bonino” (La Stampa, 25.2). “Bonino guida del Senato. Il nuovo piano di FI” (Corriere, 26.2). “La Bonino è di sinistra” (Emanuele Macaluso, Il Dubbio, 28.2). Da quando all’Europarlamento stava con Le Pen. Non Marine: Jean-Marie.

Quelli che Gentiloni resta. “Prodi spinge Gentiloni: ‘Il centrosinistra è lui’” (Repubblica, 18.2). “Anche Napolitano tifa Gentiloni: ‘È essenziale per la stabilità’” (Repubblica, 22.2). “Con Gentiloni in squadra possiamo fare la differenza” (Maurizio Martina, 22.2). “Mattarella sa come assicurare la governabilità affidando a Gentiloni un governo di ordinaria amministrazione che andrà avanti sei mesi o anche di più” (Scalfari, Repubblica, 25.2). “Renzi-Gentiloni, sprint unitario: ‘Nel Pd tanti possibili premier’” (Repubblica, 28.2). Peccato, tanto bendidio alle ortiche.

“Quelli che…”: editoriale di Marco Travaglio – 2

6 Marzo 2018 Commenti chiusi
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“Quelli che…”: editoriale di Marco Travaglio

6 Marzo 2018 Commenti chiusi
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Elezioni, Boccia (Confindustria): ‘M5s sono democratici, non fanno paura’. Marchionne: ‘Abbiamo visto di peggio’-il fatto quotidiano.

6 Marzo 2018 Commenti chiusi

Il numero uno di viale dell’Astronomia si riposiziona e apre a un possibile esecutivo pentastellato. Il reddito di cittadinanza, criticato solo il 16 febbraio, diventa una proposta da giudicare nel merito in base all’impatto sul deficit e il debito. L’ad di Fiat Chrysler: “Grande fiducia nel futuro del Paese. Credo che ce la farà. Renzi? Confermo che non lo riconosco” di F. Q. | 6 marzo 2018

Il 16 febbraio, alle Assise di Confindustria, aveva scandito: “La vera missione è il lavoro“. No dunque alla politica che “pensa di garantire un reddito a chi sta a casa invece di creare lavoro”. Il 6 marzo, due giorni dopo il voto, l’opinione del presidente degli industriali Vincenzo Boccia è molto cambiata. In attesa del nuovo governo il leader di viale dell’Astronomia, che prima del voto non aveva fatto alcun endorsement ma aveva espresso perplessità rispetto alla vittoria degli “anti establishment”, si riposiziona. E apre a un possibile esecutivo pentastellato. Il M5S è “un partito democratico, non fa paura”, assicura ora. E rispetto al reddito di cittadinanza “bisogna vedere cosa hanno veramente in mente di fare, quanto è la quota in termini di costo per lo Stato e quindi quanto incide dal punto di vista di deficit e debito pubblico”. Una proposta da valutare nel merito, dunque. Non da bocciare a priori. “Paura del M5S? Ne abbiamo passate di peggio”, conferma dal canto suo il numero uno di Fiat Chrysler Sergio Marchionne dal Salone dell’Auto di Ginevra. “Salvini e Di Maio non li conosco, non mi spaventano”.

“Un po’ era nell’aria un esito di questo tipo”, è stata la premessa di Boccia. Non a questo livello, ma bisogna prendere atto del voto degli italiani”. Poi l’auspicio che “l’antieuropeismo” dei partiti che hanno vinto le elezioni – in particolare quello della Lega – si trasformi in un riformismo europeista. “Una linea europeista a grande trazione di riforma”, l’ha definita Boccia. Secondo cui “abbiamo bisogno di una Europa forte” e “il fatto che gli Stati Uniti cominciano a parlare di dazi importanti a danno dell’industria europea è un segnale forte”, a cui “possiamo solo rispondere in chiave europea”. Questo però “non significa un’Europa che non deve riformarsi, ma una Europa che deve reagire e rispondere”. “Abbiamo appuntamenti importanti a Bruxelles, a marzo la riunione dei capi di Stato, tra marzo e luglio un dibattito importante sul bilancio europeo e in particolare sulla politica di coesione, determinante per il nostro Paese”, ha ricordato il leader di viale dell’Astronomia.

Che però invita chi farà il governo a non “smontare” alcuni provvedimenti che hanno “dato effetti sull’economia reale in questo momento storico. In particolare il Jobs Act e il piano Industria 4.0“. “Significa rallentare. Invece dobbiamo accelerare se vogliamo ridurre il divario e aumentare l’occupazione nel paese. Abbiamo bisogno di una precondizione che si chiama crescita“.

Marchionne, che già a fine gennaio aveva scaricato Matteo Renzi dicendo che “quello che appoggiavo non l’ho visto da un po’ di tempo”, durante la conferenza stampa a Ginevra ha detto dal canto suo di avere “grande fiducia nel futuro del Paese“. “Credo che ce la farà”, ha detto. “Troveremo la strada per andare avanti. Mattarella ha un grande lavoro da fare. Sostituire il mio giudizio al suo sarebbe una grande cavolata”. Poi ha confermato di “non riconoscere più il Matteo Renzi di un tempo”.

QUEL CHE RESTA DI RENZI – Il Fatto Quotidiano 6 Marzo 2018

6 Marzo 2018 Commenti chiusi
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Michele Emiliano Il governatore della Puglia e la strategia dei democratici-Il Fatto Quotidiano 6 Marzo 2018

6 Marzo 2018 Commenti chiusi

“Il più grave danno dopo l’Aventino: Matteo ha offeso 11 milioni di elettori, ora lasci”.
“Renzi rischia di provocare una catastrofe democratica all’Italia e di far esplodere il Pd. Vuole impedire che il partito sostenga i 5Stelle, perché per sopravvivere a se stesso è disposto anche a provocare lo stallo del sistema politico”. Il segretario dimissionario ma non troppo del Pd ha da poco finito di parlare, quando il governatore della Puglia Michele Emiliano spiega al Fatto tutte le ragioni per cui dovrebbe farsi da parte, “e in fretta”. Renzi ha attaccato duramente anche il Quirinale. E vuole gestire questa fase, “per impedire l’inciucio tra il partito e gli estremisti”. Il suo discorso potrebbe anche essere coerente, no? Renzi offende 11 milioni di citttadini …… continua
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RISULTATI DEFINITIVI – Il Fatto Quotidiano 6 Marzo 2018

6 Marzo 2018 Commenti chiusi
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INSEPARABILI FINO ALLA FINE – Il Fatto Quotidiano 6 Marzo 2018

6 Marzo 2018 Commenti chiusi
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